Filosofia

E’ Natale: celebriamo l’Amore e la Fede

Posted by on Dic 24, 2017 in Filosofia | 1 comment

Il Vangelo di Luca sulla Natività ci dice alcune cose: che il Natale è la festa della riunione e della fede.  Così da secoli noi cristiani (anche i non credenti) ci riuniamo in Famiglia per il Natale.
Ma se fosse solo una riunione familiare, sarebbe come un compleanno o un’altra ricorrenza familiare.  Non è così, e tutti lo sentiamo. TUTTI.

Per le Sacre Scritture è fin troppo evidente perché sia la festa della fede: la venuta del messia liberatore era stata profetizzata (Giudici 13,3; Isaia 7,14) come segno del Signore della fine dell’oppressione. E l’oppressione nell’Antico Testamento è (tranne nell’Esodo 1,8) una punizione del Signore per i peccati e la mancanza di fede del popolo eletto (Giudici 13,1; Isaia 5,25).

Io vorrei stasera cercare di percorrere alcune vie meno frequentate in cui la speranzIMG_2213a si nasconde fra le righe dei Vangeli, non come un antidoto alla collera del Signore, ma come la linfa delle nostre azioni quotidiane.   La fede è il credere trascendentale, la speranza assoluta, senza contropartite e senza un termine.  La fede è l’amore dell’assoluto, dell’infinito, dell’eterno.   È la stessa emozione dell’amore, ma senza un oggetto e senza un soggetto.
La fede si distingue dalla superstizione e dal fanatismo quando si riferisce a valori universalmente condivisi e dunque alla verità e non all’illusione.

FEDE/SPERANZASchermata 2013-12-24 alle 18.35.55

Matteo 1,18    Nel Deutèronòmio, che è il libro dell’Antico Testamento in cui Mosè dopo la rivelazione dei dieci comandamenti sul monte Sinai (Esodo 20,1), dopo che gli Israeliti si erano abbandonati al peccato ed alla blasfemìa (Esodo 32,1) per cui Mosè spezza le tavole della legge (Esodo 32,15), per la seconda volta rivela agli Israeliti le leggi che essi dovranno rispettare in Terra Santa (Deuteronomio 5,1 – 28,68) e le sanzioni per i trasgressori. Per l’adulterio (Deuteronomio 22,23 e 24,1) la legge punisce l’adultera con il ripudio e, se il ripudio avviene pubblicamente, con la lapidazione.   I fidanzati erano parificati ai coniugi (Esodo 22,15). Dunque Maria, la Madre di Gesù di fronte a Giuseppe, è la più misera delle donne. Giuseppe se la avesse rinnegata in pubblico, la avrebbe esposta alla morte per lapidazione; per questo egli intende farlo in segreto (Matteo 1,19), senza denunziarla di fronte a tutti.  Ma egli ha fede (Matteo 1,20).   Gesù nasce per un atto di amore di fede purissimi: per avere creduto nella verità, quando si presenta come impossibile.  Giuseppe, che dovrebbe ritenersi tradito da Maria non vacilla nel suo Amore (che dunque è fede) e diviene così il Padre del Salvatore.

Comprendiamo così forse meglio le parole che Gesù pronuncia con riguardo alla adultera (Giovanni 8,3) e perché si sospetti che la peccatrice che Gesù perdona (Luca 7,44)  sia Maria Maddalena.  E perché Maria Maddalena sia (Matteo 27,56) al fianco della Madonna ad assistere alla passione di Cristo e una delle donne che scopre la sua risurrezione (Luca 24,10).

Gesù giace in una mangiatoia: una cassa di legno rettangolare che richiama già oggi, alla vigilia della Sua nascita l’immagine del suo sacrificio per noi: egli porta la speranza a coloro che, come Pietro, senza saperlo e senza volerlo lo tradiranno. (Matteo 26,34).   Gli ortodossi ancora rappresentano il giaciglio di Gesù Bambino come una bara.  La speranza non illusoria ha sempre presente la fine.   Non è un caso che i re magi (gli uomini sapienti) siano inviati da Erode, che intendeva uccidere il Messia (Matteo 2,7).  Non è un caso che uno di essi come dono recasse la mirra, che era un unguento per imbalsamare i morti.   L’annuncio della morte incombe sul Natale.

Ma in cosa consiste la speranza quando si preannuncia un sacrificio così orribile?  Nella verità. Che i bambini, che sono la potenza assoluta del divenire, sono inarrestabili come la collera divina, come l’inesorabile trascorrere del tempo.  Nella verità, che solo essi ci possono rendere migliori, facendo praticare a noi genitori quotidianamente l’amore che Gesù predicava: quello incondizionato, senza contropartite.  Probabilmente l’emozione della nascita del nostro primo/a figlio/a si avvicina molto all’estasi ed alla adorazione degli uomini sapienti di fronte al Bambin Gesù (Matteo 2,11): essi benché giunti a Betlemme per compiere una importante missione per Erode, trasformati dall’evento, decisero di “prendere un’altra strada” e di non dare corso ai loro impegni verso Erode (Matteo 2,12).   Riflettendo, ci si rende conto che l’emozione che proviamo alla nascita dei nostri figli è figlia del Natale e non viceversa.   Esisteva un tempo, neanche troppo lontano, dove la nascita di un figlio era vista come un fatto puramente biologico.Schermata 2013-12-24 alle 19.01.37

Dunque il Natale ci fa vedere che la speranza mal riposta, il credere in valori (magari “giusti”, ma) effimeri, il porsi obbiettivi materiali o di breve perioso,  ci condanna alla rassegnazione e ci induce a non cambiare nulla, mai. Peggio: ci condanna a credere in un cambiamento che non verrà mai o perché impossibile, o perché noi stessi inconsapevolmente ne rendiamo impossibile la realizzazione.  La speranza è una virtù, a condizione che non divenga un alibi per non vedere che si vive male.

Solo la speranza ben riposta è fede. Altrimenti è superstizione o stupidità.

Se Giuseppe avesse giudicato Maria (Matteo 7,1; Luca 6,37-42), il Salvatore non sarebbe nato.

Questo spiega il senso vero delle parole del discorso della Montagna (Matteo 7,1): giudicare è antitetico a sperare.  Un giudizio è la fine della speranza.   Eppure, si è detto, occorre anche sapere smettere di sperare, talvolta. E ciò richiede giudizio.   Un circolo vizioso che la condizione umana sembra condannato a non sapere spezzare.   Chi ha giudizio non può avere fede? Chi ha fede non può avere giudizio? Occorre sempre una rivelazione per fare la cosa giusta? Mosè (Esodo 3,2), Isaia (6,1), Maria (Luca 1,26-38), Giuseppe (Matteo 1,20), i Re Magi (Matteo 2,12), tutti hanno una apparizione che svela loro la verità. Siamo condannati a non ascoltare la nostra voce interiore e a dipendere da una rivelazione “data”?

No, non è così.  È proprio Gesù che ci insegna ad ascoltare la nostra voce interiore.  Gesù non ha apparizioni, Egli nasce, Egli è.  Egli ci mostra che per sentire Dio occorre vivere sentendo la missione di essere per gli altri, accettandone il peso e anche la cieca ingratitudine. Bisogna però avere un occhio sempre attento agli altri, una sorta di Antenna per le esigenze altrui.
Occorre volere ascoltare anche (soprattutto) i silenzi, fra le parole, in cui si annida il senso delle cose non dette, delle cose non capite, delle cose inesprimibili.

RIUNIONE/ECCLESIA

È proprio il riunirsi, l’ecclesia l’unica via praticabile quotidianamente per superare l’antinomia fra giudizio e fede.  Il coro, la società.  Gesù ci insegna che  non è  sufficiente ascoltare il coro, ma occorre vivere in modo da esserne ascoltati. L’ecclesia è come il violoncello per il violoncellista: è uno strumento che occorre sapere ascoltare e suonare; suonare e ascoltare.  In un processo costantemente dinamico, in cui la fine è sempre l’inizio.

Ed è questa la seconda componente della festa del Natale: il riunirsi ASSIEME. Nell’ecclesia.

Ma se ci si riunisse in silenzio, senza far suonare il violoncello e senza ascoltarlo suonare, l’antinomia fra fede e giudizio non potrebbe essere mai superata.    Gesù non predica solamente, egli ascolta.    I nostri figli non solo imparano da noi, ma ci insegnano e ci trasformano.   E, forse, i bravi genitori sono trasformati dai figli più di quanto essi non li educhino.

Ecco, la fede è proprio questo dialogo disuguale, dove chi ascolta per (sapere) ascoltare deve (sapere) parlare; dove chi non ha esperienza, ha però la forza di trasfigurare; chi è debole, in realtà è invincibile; chi insegna, in realtà impara; chi plasma, in realtà è plasmato.

Nessuna metafora che ho ascoltato rende meglio l’idea del Natale della novena che nel 2003 ho ascoltato essere raccontata agli scolari in chiesa prima dell’inizio delle lezioni, una mattina ancora buia nel solstizio d’inverno, e il cui senso spero di riuscire a rendere.

Schermata 2013-12-24 alle 18.32.56<<In un condominio di Milano vivevano tante famiglie, tutte indaffarate a preparare il Natale. Ma in realtà tutti erano così indaffarati da non avere il tempo per sentire e capire il Natale.  Come capita in tutte le famiglie gli abitanti di quel condominio comunque trovavano comunque il tempo di guardare un poco di televisione.  Chi il telegiornale, chi “Beautiful”, chi un film. 

Sul tetto di quel condominio stava una Antenna Televisiva che di tutto ciò si rendeva conto.  Una antenna è li, fra cielo e terra, per ricevere informazioni e per trasmetterle alle televisioni.  Ma nessuno dei programmi che lei riceveva e trasmetteva aiutava quelle persone a trovare lo spirito perduto del Natale.  E così decise che doveva fare qualcosa.

Al primo piano abitava una coppia di sposini, mentre su al terzo c’era una anziana signora sola.

L’antenna decide di interrompere il programma che gli sposini stavano guardando per mostrare l’immagine della signora, anche lei sola davanti alla televisione.  Ogni tanto sospirava: guardava un reality show, in cui la gente che si era persa, ritrovava gli amici, i genitori.

“Ma guarda, che tenera la signora”.
“Sembrava invece così arcigna!”
“Ma tu hai mai visto qualcuno che la andava a trovare?”
“Si: altre persone anziane, quasi tutte donne”
“Ma avrà dei figli?”
“Non lo so, perché non glielo andiamo a chiedere?”
“Ma dai, si! Anzi, poi invitiamola a prendere il the da noi di tanto in tanto”
“Senti, ma tu quando hai chiamato l’ultima volta Papà e Mamma?”
“Cielo! Una vita fa!  Dai, adesso chiamiamo anche loro, sai come saranno contenti!”

L’Antenna era stanca, ma felice e decise di riprendere la sua missione  il giorno dopo.

 Il giorno dopo l’Antenna, con uno sforzo terribile (non si era ancora ripresa dal giorno precedente) interrompe le trasmissioni di una giovane studentessa del secondo piano, mostrandole le immagini di un ragazzo calabrese che stava in un sottotetto e che oltre a studiare, per mantenersi agli studi, lavorava.  In pratica non c’era mai e, quando c’era, studiava o dormiva.   La studentessa lo vede tornare la sera dal lavoro, mangiare un poco e mettersi subito a studiare.  Si rende conto della sua solitudine e della grande fatica.  Ma anche della paura di chi è solo e lotta allo stremo delle sue forze.
Decide di parlargli la prima volta che lo incontra per le scale, di invitarlo a cena.  Anzi di cucinare un poco di più per sé, e di fargli così trovare pronto qualcosa di buono, di tanto in tanto.
L’antenna era stanchissima ma felice: sentiva che tutto questo le piaceva di più che trasmettere le solite cose. E così benché stanchissima era determinatissima a continuare il proprio lavoro il giorno dopo.

Una sera, mentre i bambini della famiglia ricca dell’ultimo piano, con l’appartamento più grande, con il terrazzo e tanti giocattoli, stavano guardando un cartone animato, l’Antenna si concentra, e facendo un incredibile sforzo (una antenna non è costruita per fare certe cose!) interrompe il loro programma e, dopo un poco di buio sullo schermo (era proprio stanchissima, la povera Antenna!), fa vedere loro le immagini del monolocale del portiere dello stabile, in cui giocavano i due figli del portiere.
Prima i bambini dell’ultimo piano volevano protestare, ma poi si rendono conto del prodigio.  Riconoscono i figli del portiere.
“Ma guarda  stanno giocando con i giocattoli rotti che abbiamo buttato via la settimana scorsa!”. “Si, `de vero, forse il loro babbo li ha raccolti dalla spazzatura”.
“Ma guarda, sono simpatici!”.
“Ma lo sai che non mi ero mai reso conto di come fossero simpatici? Sempre vestiti così male, mi mettevano tristezza!”
“Ma perché non andiamo a giocare con loro?”
“Si dai, anzi facciamo così: dopo avere aperto i giocattoli nuovi sotto l’albero, andiamo giù da loro e giochiamo insieme a loro con i nuovi giochi!”.
L’Antenna fa sparire le immagini del monolocale del portiere.  Era affranta. Spossata. Ma felice: aveva portato lo spirito del Natale  nel suo condominio, ed ora tutti erano più felici, perché avevano scoperto nuovi interlocutori con cui condividere la lieta novella.>>

Schermata 2013-12-24 alle 18.59.45Ed infatti il Vangelo ci mostra chiaramente che il Natale è una festa corale, all’opposto della Pasqua che ci sprofonda nella solitudine dell’abisso della nostra insufficienza.  E questa coralità ci invita all’azione.

Il Natale è la festa dei Pastori che si comunicano la lieta novella, che ascoltano e cantano.  I loro canti le loro parole ripercorrono la notte della vigilia come uno sterminato coro polifonico, estendendosi fino ai confini del mondo (Luca 2,15-16).  Parole dette ascoltando.  E’ dunque la festa in cui prima dobbiamo parlarci di speranza e poi lodare il Signore.  Ed è la festa il cui dobbiamo rivedere i nostri giudizi.  Di qui i doni, anche quelli dei Re Magi (Matteo 2,11).

Il Natale è il giorno in cui trionfa il Vangelo sul Vecchio Testamento.  In effetti Gesù sovverte alcune regole fondamentali del Vecchio Testamento, ad iniziare con il discorso della montagna (Matteo 5,1).   Egli, nella comunità umana, ascolta la sua voce interiore e ascolta Dio nelle sue azioni.   Egli agisce, Egli non sta fermo.   Egli raccoglie intorno a se la gente ed, ascoltandola, parla loro.   Egli ci trasforma ed è trasformato.  Egli ci dona il suo messaggio di amore.  E così noi, non dobbiamo farci condizionare da nulla e da nessuno, quando sentiamo l’urgenza del nostro amore per gli altri.

Gesù ha camminato fra noi. Ci ha trasformato ed ha portato la nostra croce.  Forse per questo noi Cristiani abbiamo accettato l’amore come unica fede: per la forza incredibile di questo gesto; per la sua inevitabilità (quando gli essere umani incontrano gli dei, spesso è tragedia).  Così noi Cristiani per primi abbiamo abolito la schiavitù, pagando un prezzo altissimo (la povertà per quasi mille anni fino al Rinascimento, la durata della vita ridotta di un terzo, la popolazione dimezzata). Lentamente ed inesorabilmente, abbiamo creato un nuovo mondo e una nuova società (ingiusta, imperfetta, contraddittoria, caotica, … ma …),  fondata sul dogma dell’amore per gli altri e dell’uguale valore di tutte le persone.   Fondata sull’esperienza vissuta nei secoli, della disponibilità al sacrificio per gli altri, al sacrificio d’amore.

Persino marxismo, non è che il tentativo di affidare a dei burocrati di partito, la realizzazione in terra dei principi del Vangelo. Invece di riconoscere che la perfezione non è di questo mondo, e di confidare comunque nella nostra voce interiore, il comunismo cerca di creare un modello sociale in cui si è costretti ad “agire bene”, senza egoismi e senza “sfruttare” i più deboli: la collettivizzazione dei mezzi di produzione e dell’etica cercano di surrogare l’amore per gli altri, trasformandolo da un impeto individuale, in un dovere collettivo.

Nessuno di noi è degno dell’amore che riceve, ma neppure dell’amore che porta, eppure non possiamo fare altro che amare, se vogliamo vivere davvero.  Signore non son degno, ma dì una sola parola ed io sarò salvato: una sola parola “Amore”. Benché spesso le nostre condotte sono lontane dalla prassi dell’amore per gli altri (a causa delle nostre debolezze e delle nostre imperfezioni), ciononostante ognuno di noi è fecondato dall’idea di questo amore assoluto, che quasi tutti, almeno una volta proviamo:
… la nascita di una Figlia o di un Figlio
… uno sguardo grato      ,
Ma l’amore non è idillio.  L’amore è un percorso in salita, è una complicazione, è una deviazione (dal percorso più breve).

Schermata 2013-12-24 alle 18.35.26L’amore non è un’autostrada, bensì un sentiero di montagna.
Alcuni pensano che i traumi e le sofferenze vissute, siano la causa della propria indifferenza e della propria incapacità di amare il prossimo.
È invece vero che il nostro amore ha le proprie radici nella sofferenza del nascere (e del partorire), nella solitudine improvvisa fuori del grembo materno, nello smarrimento di fronte ad una realtà che muta e ci sfugge continuamente, in cui ci sorprendiamo talvolta improvvisamente soli. L’amore umano è prigioniero della costrizione del nostro corpo finito. Il nostro amore genera bisogni, dipendenza, paura… Ecco perché dovrebbe essere più facile amare chi non ci vuole bene: perché è un amore senza aspettative. È un amore più simile all’amore divino.

Quando ci sentiamo odiati, di solito, non siamo capiti.  Come Gesù non era compreso dai suoi carnefici, benché fosse senza peccato. Fu per odio? Fu per paura? Fu per interesse o per politica? Fatto sta che fu crocifisso.
È un dettaglio insignificante, se siamo odiati per il bene o per il male che facciamo. Poco importa se i persecutori sono in buona o cattiva fede. Il Vangelo ci insegna che non occorre sbagliare per essere perseguitati ed odiati. Gesù è perseguitato perché egli afferma di essere quello che è. Il Vangelo ci insegna a non rinnegare ciò che siamo (cosa ben diversa dalle idee in cui crediamo!). Non sono i riti, i princìpi e le regole che ci mostrano la verità, ma l’accettazione profonda del proprio essere (imperfetto) e dell’essere (imperfetto) altrui. Il senso della vita non è nel sapersi adattare in modo da essere accettati dagli altri. Non è fingere di essere migliori di quello che si è, nascondendosi dietro regole e procedure socialmente accettate. Rinnegando il nostro essere (imperfetto), mascherandolo, finiamo con il perdere la capacità d’amare (anzi, probabilmente, alimentiamo in noi un sordo e insensibile odio per gli altri, di cui siamo ostaggio). Non è, dunque, fuggendo il dolore e il conflitto, che creiamo le condizioni migliori per vivere l’amore. Infatti, l’amore è la casa in cui si rifugia il nostro spirito, quando è sofferente.  Negarsi la possibilità di amare gli altri, anche quelli che ci feriscono, significa privare l’anima del proprio rifugio. Ecco perchè Cristo ha vissuto ed è morto, appunto, amandoci sempre.

Mi sono sempre chiesto come conciliare con la vita di tutti giorni questi alti propositi. Esiste un esito diverso dalla passione, per coloro che hanno fede? Come superare nella nostra vita la Legge del Taglione (Matteo 5,38; Levitico 24,20). La risposta è sorprendentemente semplice: celebrare i riti della fede e dell’amore, con costanza e con dedizione.  E nella celebrazione dei riti familiari e religiosi, ricordarsi di coloro che non ci comprendono e perdonarli, chiedendo perdono per i nostri errori.   Come facciamo oggi, tutti riuniti assieme, in Famiglia.
La vita é meravigliosa !

Buon Natale

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Uscire dalla Caverna

Posted by on Lug 19, 2013 in Filosofia | 0 comments

Il materiale di seguito riprodotto in corsivo è stato gentilmente concesso dall’Autore Franco Lorenzoni.

Nella Casa-Laboratorio di Cenci http://www.cencicasalab.it, e nelle altre connesse attività, Franco Lorenzoni sperimenta, fra l’altro, l’ipotesi che adulti, adolescenti, bambini ed anziani possano incontrarsi, intrecciando memorie, esperienze, competenze e linguaggi differenti. Che tutto ciò costituisca una ricchezza. Fuori da un rapporto istituzionale -senza essere né genitori, né insegnanti- incontrare e ricercare assieme a dei bambini è una esperienza inconsueta per molti adulti. Ed anche ai bambini offre nuove possibilità nella ricerca di un rapporto diretto con gli elementi del nostro pianeta. Poiché ciò che ricerchiamo è legato alla radice della presenza dell’uomo sulla terra, è proprio nel rapporto con l’infanzia che si nasconde un piccolo varco su cui vale la pena di indagare.

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Personalmente ritengo che di questi tempi, sia utile riflettere con il candore di un bambino sul problema di come “Uscire dalla Caverna” in cui ci siamo infilati (o siamo stati infilati).  Il che richiede anche di capire come ci siamo finiti (oppure, chi vi ci ha portato), senza attingere a pregiudizi ed idee stereotipate (i capitalisti egoisti e speculatori, la spesa pubblica insostenibile, la concorrenza sleale dei cinesi, i politici incompetenti e corrotti, ecc.).

Infatti l’ostacolo veramente insuperabile, é quello delle proprie convinzioni errate: non esiste altro modo di superare tale ostacolo, che di cambiare le proprie convinzioni errate. È una cosa così ovvia, che la comprende anche un bambino… ma quasi nessun adulto !

Leggendo il contenuto del dibattito politico di questi mesi, non si può fare a meno di avere la sensazione che tutti stiano fissando delle ombre sulle quali proiettano le proprie convinzioni, finendo col trovarsi nella stessa situazione senza speranza dei prigionieri della caverna del racconto di Platone ne “La Repubblica”.

Proprio chi porta la luce è più avversato. Solo chi propone soluzioni che alla fine ci consentono di non cambiare nulla e restare nel buio della caverna è accettato.

Noi adulti abbiamo ben poco da insegnare ai bambini, se pensiamo a dove abbiamo portato la nostra società e che prospettive oggi hanno i nostri figli, mentre noi continuiamo a discutere del significato delle ombre.

La conversazione che segue si è svolta nel marzo 2013 nella quinta della scuola elementare di Giove, un piccolo paese umbro, non lontano dalla Casa-Laboratorio di Franco Lorenzoni. Dalla prima elementare i bambini della classe sono stati abituati a discutere degli argomenti più vari. In particolar modo quest’anno hanno sperimentato un intreccio tra la storia della Grecia antica e le origini della matematica e della scienza (Talete, Anassimandro, Pitagora, Archimede, Eratostene), che li ha portati ad una piccola esposizione matematica e ad una rappresentazione teatrale. Traendo ispirazione dall’arte, i bambini, guidati da Franco Lorenzoni, hanno osservato a lungo e ridisegnato i personaggi che compongono “La scuola di Atene” di Raffaello.

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Poi ciascun bambino ne ha scelto uno e per quattro mesi c’è stata una corrispondenza fantastica con i filosofi e scienziati lì rappresentati, che ha collezionato, alla fine dell’anno, oltre novanta lettere.

Un giorno Ylenia ha ricevuto da Platone, suo corrispondente, il racconto del celebre mito della caverna, trascritto in un linguaggio a lei accessibile, ma fedele al dialogo contenuto nella Repubblica.

Questo il testo del Libero adattamento del mito della caverna, tratto da “La repubblica” di Platone:

<<Socrate: Cerca di immaginare questa scena. Ci sono degli uomini che vivono, fin da bambini, dentro a una grande caverna, che ha una sola entrata. Hanno grandi catene che bloccano le loro gambe e le loro teste, così stanno sempre seduti, fermi, e possono solo guardare la parete della caverna opposta all’ingresso.

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Glaucone: E cosa vedono?

Socrate: Dietro di loro ci sono degli uomini che loro non possono vedere. Questi uomini hanno acceso un grande fuoco e, davanti al fuoco, muovono delle statue di legno e dei pupazzi, alzandoli al di sopra di un piccolo muro, come fossero burattini. Gli uomini incatenati vedono sulla parete della caverna le ombre dei pupazzi che si muovono. Secondo te vedono anche altro?

Glaucone: E come possono, se sono incatenati?

Socrate: Poiché gli uomini che li muovono parlano e nella caverna c’è l’eco, agli uomini incatenati sembra che le ombre, che vedono proiettate sulla parete, parlino. Secondo te questi uomini incatenati cosa pensano di quello che vedono?

Glaucone: Io credo, Socrate, che loro pensano che quello che vedono sia la realtà. Se vedono solo ombre che parlano, le ombre che parlano sono per loro l’unica realtà!

Socrate: E’ così, infatti, a loro capita quello che accade anche a noi: crediamo che ciò che vediamo sia l’unica realtà. Ora immagina che uno di loro venga liberato dalle catene e, voltandosi, si accorga che dietro alle sue spalle c’è un fuoco acceso. I suoi occhi non sono abituati a vedere la fiamma e, quando la guarda, gli sembra di diventare cieco. Se uno gli domandasse se sono più vere le ombre che ha visto per tutta la vita o questo fuoco e gli uomini che muovono i pupazzi che vede ora, secondo te cosa risponderebbe?

Glaucone: Secondo me lui resterebbe confuso, perché non riuscirebbe a guardare la nuova realtà. Vorrebbe tornare a guardare le ombre che è abituato a vedere, anche perché così non gli farebbero male gli occhi, abituati da sempre al buio e alle ombre.

Socrate: Seguimi ancora, Glaucone. Se l’uomo ora venisse trascinato fuori dalla grotta e messo di fronte al sole, cosa vedrebbe?

Glaucone: Niente, Socrate. Non potrebbe vedere niente, perché i suoi occhi sono accecati dalla luce del giorno, che non ha mai visto prima.

Socrate: E quando potrebbe ricominciare a vedere?
Glaucone: Dovrebbe abituarsi a stare alla luce per cominciare finalmente a vedere il mondo superiore, che è fuori dalla caverna.

Socrate: Certo, ma lo potrà fare a poco a poco. Prima osserverà le immagini degli altri esseri umani e delle cose riflesse nell’acqua, poi comincerà a guardare direttamente la natura. Arrivata la notte, volgerà il suo sguardo al cielo e contemplerà tutte le stelle della notte e la luce candida della luna. Al mattino, finalmente, quando il cielo si tingerà dei colori dell’aurora, inizierà a distinguere bene gli altri uomini e gli alberi e le colline, cominciando ad ascoltare il canto degli uccelli.

Glaucone: E cosa proverà?

Socrate: Sarà enormemente felice di aver scoperto com’è fatto davvero il mondo e proverà pietà per i suoi compagni, che sono ancora incatenati nella caverna, come lui era stato per tanti anni. Poi, guardando il sole, si accorgerà che il suo calore è alla base di tutta la vita e dello scorrere delle stagioni.

Glaucone: E cosa penserà ora?
Socrate: Che è meglio vivere poveramente da contadino in questo mondo che tornare nella caverna e magari ricevere onori, vivendo al chiuso e nell’oscurità, credendo solo nella verità delle ombre.

Glaucone: Penso anch’io così: accetterebbe qualunque cosa piuttosto che tornare all’ignoranza che aveva quando viveva nella grotta oscura e credeva che l’unico mondo era quello delle ombre.

Socrate: Rifletti ora su quest’altro punto. Secondo te, se il nostro uomo ora ritornasse a sedere nel vecchio posto dove stava incatenato, come avrebbe gli occhi?

Glaucone: Li avrebbe pieni di buio e di tenebre, perché ormai si era abituato alla luce del giorno.

Socrate: E come lo giudicherebbero i suoi vecchi compagni, vedendolo di nuovo lì seduto, ma per tanto tempo con la vista offuscata, senza essere capace di distinguere e vedere nulla delle ombre che costituiscono il loro mondo?

Glaucone: Sicuramente riderebbero di lui.

Socrate: Certo, e direbbero tra loro: “Se uno torna dal viaggio che ha fatto con gli occhi tutti rovinati, non vale proprio la pena andare lassù”.

Glaucone: E poi?

Socrate: Io credo che, se qualcuno proponesse loro di togliersi le catene, gli direbbero che è un pazzo e forse arriverebbero addirittura ad ucciderlo, per impedirgli di proporre cose impossibili.

Il testo di cui sopra è stato letto tre volte ad alta voce in classe e da lì è nata la discussione che segue. Va detto che la settimana precedente i bambini erano stati molto colpiti alla notizia che Socrate era stato condannato a morte nella democratica Atene.

<< Franco: Cosa vi fa pensare questo racconto?

Irene: Secondo me Platone ha scritto questo mito per far capire che quando uno sta sempre al buio e vede solo delle cose, pensa che sia quello il mondo e non tutte le altre cose della natura. Invece, se qualcuno esce e si guarda intorno, capisce…

Greta: Io non ho capito una frase che dice Socrate. “Direbbero fra loro, se uno ritorna dal viaggio che ha fatto con gli occhi tutti rovinati, non vale la pena andare lassù”: che vuol dire andare lassù?

Marianna: Vuol dire andare fuori dalla grotta.

Ylenia: Per me questo mito l’ha scritto per far capire che devi conoscere sempre cose nuove.

Matteo: Come ha detto Ylenia, se uno sta rinchiuso in una caverna e vede solo delle ombre che si muovono come burattini, pensa che sia solo quello il mondo, perché se uno non vede la realtà vera, non sa quello che ci sta, perché quello è tipo un film. Se tu stai rinchiuso in una stanza a vedere solo film, sai solo quel film, non sai quello che c’è al di fuori di quel film.

Franco: E secondo te cosa ci vuol dire Platone?

Matteo: Che uno, per conoscere cose nuove, deve viaggiare.

Greta: Non devi immaginare e guardare solamente quello che c’è dentro dove stai tu, ma anche cercare di capire quello che sta fuori.

Matteo: Loro, se stanno solo in una caverna, non si devono accontentare di quello, devono continuare a tentare di scoprire cose nuove. Perché loro, finché stavano incatenati alle pareti della caverna, non sapevano che c’era un fuoco che faceva tutte quelle ombre. Poi, quando hanno scatenato quell’uomo, si è accorto che quella non era la realtà, era una cosa falsa.

Luca: Secondo me Platone voleva dire forse che le persone che proiettavano le ombre e le persone che hanno portato fuori quello che era incatenato sono la filosofia. Poi dice: “Se qualcuno proponesse di togliersi le catene, gli direbbero che è un pazzo e forse arriverebbero addirittura ad ucciderlo”. Questa frase a me ha fatto pensare a quando hanno ucciso Socrate, perché non erano d’accordo con quello che diceva. Gli uomini incatenati erano fissi sul loro mondo. Gli altri erano la filosofia.

Marianna: Secondo me questo mito vuole dire una cosa a noi: la realtà che vediamo noi non è la stessa per altre persone. Non c’è solo questa realtà, ma ce ne sono altre.

Valeria: Per me questo dialogo è una metafora per far capire che gli uomini che erano incatenati avevano la mente offuscata, come dice Platone, perché erano abituati solamente a vedere le cose che vedono frequentemente, invece l’uomo che è stato liberato ha cominciato a vedere la nuova realtà. Per me questo significa che noi dobbiamo conoscere pian piano le nuove realtà, perché non ce n’è solo una.

Simone: Per me questo mito voleva dire che degli uomini, se restano in una stanza vedendo solo delle ombre, loro non hanno mai visto la realtà, non hanno mai visto. Loro hanno vissuto in un altro mondo, in un secondo mondo, che però non era vero.

Franco: Forse non è che non era vero, era solo una parte della realtà.

Greta: Ma alla fine tutto è vero. Ci stanno delle persone nella grotta che hanno visto solo questa cosa e per loro è vera. Però magari ci stanno altre persone che non stanno nella grotta e sono abituate a vedere le cose più grandi, non solamente il piccolo. Per loro altre cose sono vere, ma alla fine tutto quanto è vero, tutto quanto è la realtà. Niente è falso.

Irene: Le ombre non sono fatte solo dai pupazzi con il fuoco, ma ci sono ombre anche di noi persone, quindi è una realtà.

Francesco: Secondo me questo mito vuol dire che se tu passi tanto tempo in una stanza, poi il mondo vero ti sembra una cosa falsa.

Valerio: Quello che era falso gli sembrava vero e quello che era vero gli sembrava falso.

Lara: Per me questo mito che racconta Platone vuole far capire che, se tu stai molto tempo su una cosa, ti sei fissato e vuoi stare solo su quella. Ma così non conoscerai mai qualche cos’altro.

Marianna: La caverna è il mondo e noi siamo le persone incatenate. Fuori dal mondo, fuori di noi, c’è una realtà più grande che racchiude anche il mondo.

Valeria: Però noi stessi non vogliamo essere liberati, anche se dovremmo…

Marianna: Noi non ce la facciamo proprio a liberarci, perché tutte le persone stanno dentro. Nessuno ti può liberare.

Franco: Marianna ha detto che tutti noi siamo dentro alla caverna di Platone.

Greta: Ha detto che gli uomini non si vogliono liberare dalle catene. Per me non si vogliono liberare perché hanno paura di vivere in un altro mondo, perché sono abituati sempre a quella cosa e un’altra cosa li potrebbe spaventare.

Matteo: Quello che è stato liberato dalle catene, per tutto il tempo aveva visto solo ombre e pensava che quella era la vera realtà, invece le ombre erano come un mondo immaginario. Poi, quando lo hanno scatenato e ha visto il fuoco, stava quasi per passare a un altro mondo. E quando ha visto il sole, e non riusciva a vedere perché ormai si era abituato ad un mondo falso, è passato tipo da un portale che lo ha portato in un mondo vero, e si è abituato alla realtà. Poi, quando ha visto i suoi compagni che erano ancora incatenati, era dispiaciuto per loro, perché erano stati tutto questo tempo in un mondo falso.

Franco: Ma loro come hanno reagito?

 Erika: Visto che stavano sempre dentro la grotta, non credevano che fuori c’era tutto un altro mondo

Franco: Non solo non gli hanno creduto…

Marianna: Ma lo hanno anche minacciato.

Valeria: Loro, per me, lo volevano uccidere perché sapevano che era troppo vero quello che stava dicendo, quindi doveva essere per forza falso.

Matteo: Come Galileo, lui diceva che c’erano delle lune attorno a Giove e loro lo hanno arrestato perché, dicevano: “Hai contraddetto la nostra religione”. Forse anche Socrate diceva qualcosa che stava contro la religione.

Ylenia: Forse, per loro, il mondo delle ombre era la loro religione.

Matteo: Certo, perché hanno visto solo quello.

Simone: Gli uomini incatenati hanno visto solo ombre e roccia e loro erano sicuri che c’era solo quel mondo. Magari ci poteva essere anche altro, però non potevano essere sicuri al massimo.

Marianna: Se uno dicesse a noi: “Guarda che, al di fuori di questo mondo ce n’è un altro più grande”, noi non ci crederemmo perché siamo troppo abituati, per generazioni, a vivere sempre in questo mondo, che cambia, si, ma è sempre lo stesso…

Valeria: Perché la nostra immaginazioni ha confini, invece non ce li dovrebbe avere. Se ci dicessero, come dice Marianna, che all’infuori di questo mondo ce n’è un altro più bello, dove si scoprono cose fantastiche, la nostra immaginazione ha dei confini così limitati che non riesce a concepirlo quest’altro mondo, non lo capisce.

Matteo: Forse quello che hanno liberato dalla grotta è quello che aveva la mente infinita e poteva sapere molte cose, mentre quelli che sono restati chiusi erano quelli che nella mente potevano rinchiudere poche cose. Pensavano che le poche cose che sapevano erano solo le ombre che gli facevano vedere.

Greta: L’uomo che è stato liberato, quando è andato a dire queste cose a quelli che non erano stati liberati, magari loro ci credevano a quello che gli aveva detto, però non volevano crederci, perché erano convinti che quella era la loro realtà. Non volevano credere a quella cosa e si convincevano da soli.

Matteo: Forse non gli credevano a causa dei burattini e delle ombre. A forza di fargli vedere i burattini li costringevano a credere a quella realtà, che non era la vera realtà.

Simone: Marianna prima aveva detto una cosa: c’è un mondo dentro un mondo dentro un altro mondo. Tanti mondi. Può essere che sono veri, però…

Greta: Nessuno di noi conosce la realtà, perché se ci sta un mondo dentro un altro mondo dentro un altro mondo… se sono infiniti nessuno potrà mai arrivare nell’ultimo mondo.

Matteo: Noi non abbiamo il tempo abbastanza per scoprire tutto, perché moriamo.

Marianna: Perché le ombre stanno dentro anche a questo mondo. Magari c’è un altro mondo più grande che racchiude le ombre, questo mondo e altre cose…

Franco: Forse è come se questo nostro mondo fosse parte di un mondo più grande.

Valeria: Se le ombre sono false e sono fatte da una cosa vera, come il fuoco, tutto è falso.

Matteo: Le ombre sono fatte dal sole e forse il nostro fuoco è il sole.

Greta: Magari dove è andato Luca, il nostro compagno che è morto, è un mondo superiore a questo.

Matteo: Dove puoi sapere tutto, perché vivi infinitamente.

Luca: Qui c’è il fuoco che sarebbe il sole, come dice Matteo, e forse noi siamo i burattini che qualcuno muove vicino al fuoco.

Franco: E la filosofia, che diceva prima Luca, cos’è?

Marianna: La filosofia è un mondo più grande della realtà.

Franco: Sapete che la filosofia viene chiamata anche metafisica, che vuol dire “oltre la fisica”, perché riguarda ragionamenti che vanno oltre lo studio del mondo fisico che ci circonda.

Simone: Forse c’è un mondo che è infinito, che circonda tutte le immaginazioni, tutte le cose che noi pensiamo.

Marianna: Quando gli uomini stavano incatenati erano tutti un po’ rabbiosi, pure l’uomo che è andato via era così. Poi, quando è andato fuori della caverna, è tornato più consapevole delle cose.

Matteo: Ma Socrate, non poteva lasciare un libro con tutte le soluzioni di questi problemi?

Franco: Socrate non ha scritto nulla.

Irene: Era cieco, no?

Franco: Quello era Omero.

Valeria: Alla fine non ci potremo mai arrivare, possiamo spremere tutta la logica che ci viene, ma la filosofia, alla fine, è infinita.

Marianna: Quello che pensava Socrate è difficile che lo pensiamo pure noi. Socrate ha fatto questo mito perché pensava una certa cosa che voleva far capire, ma noi non siamo come la mente di Socrate.

Franco: No, non siamo come la mente di Socrate.

Greta: Loro erano gelosi.

Valeria: Gelosi di cosa? Se non hanno la mente aperta, come fanno a sapere cos’è la filosofia?

Greta: Magari loro pensavano di essere più intelligenti di tutti, poi arriva una persona che loro capiscono che è più intelligente di loro e non gli sta bene.

Franco: Pensi che tutto nasca dall’invidia?

Luca: No, dalla convinzione delle persone. Loro erano convinti di quello in cui credevano, come al tempo di Gesù, che i romani erano convinti dei loro dei. Non volevano Gesù e lo hanno ucciso, come hanno ucciso Socrate.

Valeria: Se ci pensi, il fuoco della caverna potrebbe essere il mezzo della filosofia, perché attraverso il fuoco si sono fatte le ombre, e le ombre sono mezze vere e mezze false. E’ come la filosofia: ti porta in mezzo alle cose che pensi.

Matteo: Socrate ha detto a tutti gli uomini: “Forse ci sta un nuovo mondo, non dovete credere che c’è solo questo”. E alla fine lo hanno ucciso.

Greta: Forse non volevano essere confusi. Se pensavano una cosa, magari era difficile per loro pensarne un’altra.

Marianna: Non la riuscivano proprio a capire… e per questo lo hanno ucciso.>>

Ogni ulteriore commento è superfluo.

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