Digital Agreement

Knowledge Economy e Professioni “protette”

Posted by on Feb 3, 2011 in Digital Agreement | 0 comments

Knowledge Economy e Professioni “protette”

L’immagine che allego pubblicata su http://www.economist.com/node/17929013?story_id=17929013, mostra che l’indice di ineguaglianza fra ricchi e poveri a livello globale si sta riducendo.
Dal punto di vista del 90% della popolazione mondiale, il mondo sta diventando un posto meno ineguale.
Considerato che circa due miliardi di persone vivono con circa 1000 euro all’anno a testa, si tratta di una meravigliosa notizia.

Contemporaneamente, nei principali paesi OECD nonché in India e Cina negli ultimi 20 anni l’indice GINI di ineguaglianza é aumentato.
Ciò é dovuto all’aumento del reddito delle persone munite di un titolo di laurea (un aumento di quasi il 30% nello stesso periodo di tempo), mentre il reddito dei diplomati (di scuola secondaria) é risultato stagnante, se non in flessione.

Nelle libere professioni “protette”, tuttavia, il trend degli ultimi 20 anni nei paesi OECD (non in India e Cina) é stato negativo. Nel complesso negli ultimi anni a livello OECD si é avuto un indebolimento del reddito professionale: di quasi il 60% per i medici (tranne che negli USA), del 20% per le professioni legali.
Con il risultato che il reddito medio dei laureati in economia che non svolgono una professione protetta in alcuni paesi ha superato il reddito dei commercialisti, periti industriali, commerciali etc. .

Eppure…
100 anni fa quasi l’80% del reddito dell’1% più ricco, derivava dalla proprietà. Oggi il 70% del reddito del medesimo 1% deriva dal lavoro.
Anche questo trend, non sembra disdicevole sul piano morale e politico.

Al di là delle considerazioni morali, nessun governo del mondo é in grado di controllare o anche solo cambiare questi macro-trend economici.
I dati mostrano che la redistribuzione fiscale da sola non funziona (né sul piano sociale, né sul piano economico, nè sul piano politico).
Pertanto i governi OECD cercano di redistribuire il reddito (verso i ceti medi) usando due strumenti che (almeno fin’ora) hanno “ben funzionato” (anche perché meno invisi di un aumento delle tasse):
—- a) riducendo le situazioni di oligopolio controllato dallo stato (i.e. “libere” professioni);
—- b) agevolando in modo abnorme l’accesso al credito per l’acquisto della prima casa.

Pertanto il “sapere” é premiante nei paesi OECD, soprattutto fuori del contesto delle “professioni protette”, che negli ultimi 20 anni hanno subito un “doppio prelievo” da parte dello stato (prelievo fiscale e prelievo di competenze, redistribuite sotto l’egida delle “liberalizzazioni”).

Il vero problema che assilla le libere professioni OECD, non é quello della riduzione delle competenze o della negoziabilità delle tariffe.
Il problema é il crollo della redditività marginale della libera professione.
L’economia neglio ultimi 20 anni ha premiato soprattutto la capacità di innovare, di scoprire nuovi mercati (Microsoft, SAP, Oracle, Google, Facebook, Apple, HTC, Tata, …)
50 anni fa il guadagno giornaliero di un professionista spesso era un multiplo del reddito medio mensile di un impiegato (vi erano meno professionisti ed avevano una marginalità molto maggiore).
Oggi non é più così. E non (solo) perché sono crollate le tariffe. Soprattutto perchè sono esplosi i costi ed e crollata la produttività degli studi professionali che non hanno innovato i loro processi al medesimo ritmo in cui é cambiata l’economia e la società.

Per cui in un mondo che va decisamente nella direzione giusta (meno povertà, più reddito da lavoro e meno rendite di posizione), i professionisti “protetti” si lamentano di essere lasciati … “indietro”.
Come se la protezione delle loro tariffe e delle loro competenze potesse riportare loro (o il mondo) indietro di 50 anni.

Ma che fine faranno i diritti (anche costituzionalmente protetti) dei cittadini (giusto processo, salute, pensiero e stampa, istruzione, ecc.), se le libere professioni (non piú) protette sprofondano socialmente?
Nasceranno dei nuovi diritti costituzionali, sostitutivi o integrativi? … al software libero/open, alla net-neutrality, … ?
L’innovazione, alla fine, salverà o darà il colpo di grazia alle libere professioni tradizionali ed ai diritti di cui esse erano custodi ?

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Identità Digitali

Posted by on Apr 4, 2010 in Digital Agreement | 0 comments

In una mailing list si è ipotizzato di utilizzare la PEC come strumento
di identificazione.

La PEC per identificare le aziende e le altre organizzazioni sicuramente
è attuabile.
Per identificare i privati sono dubbioso: quasi nessuno può e sa davvero
gestire originali digitali (le raccomandate digitali) sui propri computer.
La norma italiana (art. 6 comma 3 del DPR sulla PEC) che sancisce che la
ricevuta di consegna della PEC costituisce prova dell’avvenuta consegna
del messaggio al destinatario, penalizza gli utenti privati. Oggi il
loro computer é molto più insicuro e soggetto ad attacchi delle loro
abitazioni.
Dire che la consegna di una raccomandata sul PC equivale alla consegna
di una raccomandata a casa é una finzione giuridica, che non ha
riscontro nei fatti.

Ciò detto, concordo sul fatto che occorra una tecnologia aperta e
standardizzata per gestire le identità on-line.
Al tempo stesso, credo che stiamo parlando di idee/soluzioni (ad oggi)
così altamente creative, che non sono ancora maturi i tempi per la
standardizzazione.
Insomma, occorre il genio creativo di un imprenditore di grande talento,
per trovare una soluzione bilanciata alla componenti dell’identità
digitale (analogamente a iPod, iPhone, facebook, ecc., che hanno creato
oggetti socialmente e culturalmente accettati, laddove altri avevano
provato, senza riuscire).
Comunque, visto che comunque si tratta di applicazioni che fanno uso
della crittografia, certamente il comitato ETSI che presiedo é
competente a redigere i relativi standard.
Inoltre rientra nel programma della Commissione UE COM 798/2008, che
troverá attuazione nei prossimi 4 anni, ma lo standard non sarebbe
sufficiente a garantire l’adozione sociale …

Infine, non per fare il “visionario” a tutti i costi, ma mi sembra
essenziale aggiungere che la nostra identità non é un codice fiscale o
un numero allo stato civile.
Id-entità, vuol dire entità uguale (costante ed eventualmente singola,
ossia unica).
Parlando di una persona fisica, queste caratteristiche ontologiche erano
immanenti nella natura fisica della persona: se chiudi una persona in
una cella (anche se non sia chi sia) quella persona cessa di circolare
liberamente.

Con le identità virtuali, il discorso si complica notevolmente.
Un identificativo crittografico certamente é unico e inconfondibile. Ma
é liberamente associabile a qualsiasi entità fisica o giuridica.
Se blocchi un identificativo giuridico, non blocchi la persona (o le
persone) ad esso relative, che possono risorgere all’infinito, come
l’araba fenice.
Insomma l’id-entità digitale, non é e non può essere una id-entità, se
riferita a delle persone o a degli oggetti fisici.

Ciò che si puó, invece realizzare, é di identificare degli oggetti
sociali (immateriali, come il danaro) mediante identificativi crittografici.
Vale a dire é possibile e anche facile munire di id-entità una somma di
danaro, una disponibilità di credito, un testo, un know how, ecc.

Con ciò diventerebbero dei mini-patrimoni-separati, una sorta di
mini-soggetto-giuridico-a-scopo-limitato (più che a responsabilità
limitata).

La digital disruption applicata alle società di capitali: dopo la
dematerializzazione del danaro (Bretton Woods) e delle azioni (Monte
Titoli), si dematerializzano i soggetti giuridici che si moltiplicano
(da organismi complessi diventano organismi cellulari) e cessano di
avere proprietá fisiche (una sede con mura tavoli sedie e un indirizzo
stradale, dei rappresentanti che sono persone fisiche, dei soci).

Non per dire che non si può fare. Ma per dire che oggi si fa, anche se
con strumenti approssimativi e rischiosi, che non assomigliano neppure
vagamente a ciò che verrà.
Come i primi aerei.

Roba da capitani coraggiosi. Eppure volavano … ed erano una figata
pazzesca!

RG

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