Posts by riccardogenghini

Italiani in fuga: a cosa é dovuta la fuga dei cervelli?

Posted by on Feb 1, 2014 in Politica | 0 comments

Ho provato a leggere alcuni dati sull’andamento dei flussi migratori.

Inutile dire che il sito del Ministero degli Esteri non é navigabile, per cui si leggono pagine e pagine di storia dell’emigrazione di un secolo e mezzo secolo fa, ma nulla di recente.

Tutti sappiamo che l’emigrazione degli italiani é cambiata. Non siamo più i disperati che salivano su delle carrette del mare, per attraversare l’oceano, come un secolo fa.

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Oggi vanno via i meglio educati: si parla di “fuga dei cervelli”.
http://carriera.ch/salari-in-svizzera
In effetti i dati dell’Ente Federale per la Migrazione, conferma che gli immigrati UE sono persone qualificate, che operano nel settore dei servizi o come imprenditori.
https://www.bfm.admin.ch//content/dam/data/migration/berichte/migration/migrationsbericht-2012-i.pdf
Della assoluta mancanza di meritrocrazia si é scritto e sono tutti d’accordo, salvo che si fa poco per cambiare.
http://pagni.blogautore.repubblica.it/2012/01/08/un-popolo-di-raccomandati-meritocrazia-zero/
http://www.dazebaonews.it/primo-piano/item/8363-raccomandati?-per-fare-carriera-meglio-la-spinta-di-mamma-e-pap%C3%A0
http://isegretidellacasta.blogspot.co.uk/2012/02/giovani-tutti-disoccupati-tranne-i.html
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/sociale/2013/31-gennaio-2013/spintarella-trovare-lavoro-nord-batte-sud
Difficile interpretare i numeri.  I dati più chiari sono stati raccolti ed elaborarti dalla Fondazione Migrantes, della Chiesa Cattolica italiana.
http://www.chiesacattolica.it/pls/cci_new_v3/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=49458
http://www.repubblica.it/cronaca/2013/10/03/news/studio_migrantes_4_milioni_gli_emigranti_italiani_napolitano_sia_scelta_e_non_obbligo-67793904/
http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-12-20/numeri-costi-nuova-emigrazione-173135.shtml
http://www.ilcambiamento.it/crisi/italia_paese_emigranti.html
http://www.repubblica.it/economia/2013/04/06/news/fuga_dall_italia_2012_pi_30_per_cento_iscrizioni_aire-56063938/

Da questi dati emerge che nel 2013 il saldo netto é stato di 132.179 italiani emigrati (+3,1% rispetto al 2012). Di questi ben 17.573 hanno lasciato la Lombardia e 12.822 il Veneto: soprattutto gli italiani del nord emigrano in questi anni. Si tratta di oltre il 25% degli emigranti!
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Occorre tenere presente che per ogni 100 italiani che emigrano ne rientrano in Italia 60. Vuol dire che se il sando netto é di 132.179, vuol dire che hanno lasciato l’Italia 330.000 italiani.  I dati dell’AIRE non sono significativi, perché almeno un italiano su due che emigra, non si iscrive all’AIRE (nonostante il rischio di essere considerati dal fisco evasori totali!).

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Il fatto che così tanti italiani ritengano superfluio avvalersi della struttura messa a disposizione degli emigranti dal Ministero degli Esteri (AIRE), a mio giudizio é significativo del fatto che lo stato italiano non é percepito dagli emigranti come un alleato o un soggetto che può loro semplificare la scelta drastica che hanno fatto.

#fugainmassa #italianiinfuga

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Google? L’utile ebreo!

Posted by on Dic 15, 2013 in Digital Agreement | 0 comments

Una volta i russi per uscire dall’URSS dovevano ottenere un visto d’uscita, prima di potere poi chiedere un visto per entrare nel paese che volevano visitare.
Si chiamava cortina di ferro, muro di Berlino, guerra fredda…

La normativa fiscale di tutti i paesi ricchi e con elevata pressione fiscale ha da tempo eretto un muro di Berlino fiscale per impedire alle aziende di viaggiare.  Un muro che é diventato sempre più alto e che ora si vuole con determinazione rendere insuperabile:

– elevata tassazione delle cessioni d’azienda all’estero
– altrettanta elevata tassazione del trasferimento della sede all’estero
– elevata tassazione delle fusioni internazionali (ma non infra UE)
– rigide regole sul transfer pricing (con molte presunzioni talora pretestuose)
– e, solo in Italia, una serie di presunzioni assolute e relative, per cui oramai anche l’operatività intercompany é diventata una lotteria fiscale in cui non si vince nulla, ma si perde tanto.

Vedo una curiosa simmetria storica: durante la guerra fredda i regimi comunisti dovevano obbligare i cittadini a rimanere nella terra promessa della giustizia sociale, sennò sarebbero scappati. Oggi i regimi democratici debbono obbligare le aziende a non scappare dalla libertà e dal capitalismo.
E si comincia a leggere che, ad esempio in Giappone, i percettori di assistenza sociale divengono destinatari di norme che vietano loro di entrare in postriboli e case di gioco, senza che nessuno si ponga il problema che in tal modo si crea un nesso fra libertà personale e soldi che va contro ogni principio costituzionale e fa carta straccia dei diritti civili. Per cui, in sostanza, nasce (di nuovo!) un trade-off fra stato sociale e libertà individuale.

Chiunque ha studiato storia al liceo, non può fare a meno di notare che questa era la teoria sociale dei fascisti e dei nazisti: in cambio di un poco più di sicurezza, occorre rinunciare ad un poco di libertà.   Sappiamo come è andata a finire.  Fatemi dire che sono scandalizzato e preoccupato, perché nessuno è più capace di indignarsi e si considera questo andazzo normale e giusto.

Invece io ho la sensazione che oggi l’evasione fiscale abbia assunto il ruolo del capro espiatorio alla stessa stregua degli ebrei, degli omosessuali, dei comunisti e degli zingari negli anni trenta, durante la grande depressione.  Provate a chiederlo a quei pochi che ancora ricordano quei tempi!
A me lo raccontava mia nonna, tedesca. Le chiesi quando avevo 14 anni, circa quaranta anni fa, quando mi ha portato a Buchewald: “Perché questo odio dei tedeschi contro gli ebrei? Come può essere che venissero sterminati e voi non avete fatto nulla?”.
“Guarda Riccardo che sui giornali abbiamo letto e al cinema abbiamo visto tante di quelle storie di ebrei usurai, di ebrei ricchi che vessavano noi ariani, che veramente era difficile dopo dieci anni di quella propaganda immaginare che ci fosse una ragione diversa dal complotto giudaico massone per i problemi della Germania.  A noi dicevano che gli ebrei venivano spediti in Polonia, non per essere sterminati, ma per consentire loro di vivere segregati. In pratica noi credevamo a una soluzione finale come l’Apartheid del Sud Africa. Per questo prima li abbiamo identificati e schedati, poi abbiamo impedito loro di nascondersi fra noi (la stella gialla di Davide sulle giacche). E alla fine li abbiamo messi sui treni per andare in Polonia”.
Analogamente a 80 anni fa, noi da 10 anni leggiamo storie di persone luride che nascondono i soldi nei materassi e girano in Ferrari, come se l’evasore tipico fosse quello. Mi chiedo: su 100.000 accertamenti fiscali, quanti sono quelli che vengono fatti per la mancanza di un timbro su una ricevuta e quanti per sanzionare una persona che ha sistematicamente evaso il fisco?   Quanto si recupera dagli evasori totali e quanto dai cittadini comuni?
E negli anni trenta, quanti cittadini in Europa hanno perso del tutto la libertà, per acchiappare quanti zingari, comunisti, omosessuali ed ebrei ?

Oggi l’evasore totale (e, analogamente, il “grande” evasore) ha la funzione di giustificare un sistema fiscale repressivo e iniquo e di farci dimenticare che oramai siamo prigionieri di un sistema che non ci farà più uscire dal suo muro di contenimento.  Se un lavoratore di 50 anni (come me) si trasferisce all’estero perde la pensione per sempre.  Non esiste un visto di uscita da questo sistema previdenziale e contributivo: o, meglio, posso andarmene se riesco ad iscrivermi all’AIRE e se sono disposto a perdere tutti i miei risparmi (forzati!) versati nelle casse previdenziali obbligatorie.  I russi potevano scappare dall’URSS, noi (a partire da una certa età contributiva) non più, perché non potremmo trovare mai più un lavoro che possa compensare per tutto quello che perdiamo andando via.

Oggi si ritiene ovvio che una persona che non paga le tasse vada perseguita con ogni mezzo (non ancora la tortura e il confino, ma qualche contribuente che si é suicidato c’é stato già). Oggi si ritiene efficace utile ed accettabile sia il contribuente che deve dimostrare la propria fedeltà fiscale (in piena violazione del principio di presunzione di non colpevolezza sancito dalla costituzione di tutti i paesi liberi, e in Italia dall’articolo 27 della Costituzione): una prova quasi impossibile da quando sono entrate in vigore le norme sull’abuso del diritto (fiscale). In effetti c’è sempre un modo per fare un’operazione economica e pagare ancora più tasse!  Dunque contribuente è sempre colpevole, per cui lo si induce a comprarsi le indulgenze fiscali (condoni), che sono l’equivalente della tessera del partito fascista di 80 anni fa. Sempre 80 anni fa furono introdotte presunzioni di colpevolezza persino nel codice penale, espressamente vietate dalla Costituzione della Repubblica Italiana. La deroga al principio costituzionale di presunzione di innocenza si giustifica moralmente con l’imperativo categorico di trovare una “Wunderwaffe” contro gli evasori totali e i grandi evasori.  Ma se in Cina ci sono norme analoghe, ci indignamo.  Perché la Cina non ha legittimazione democratica che ha il nostro stato!  Davvero?

Il contribuente oggi è suddito, prigioniero del muro di Berlino fiscale e ora (finalmente!) il fisco può guardare dentro i conti correnti di tutti per fare le sue valutazioni e conclusioni (Gerico, Redditometro, e compagnia cantando).  Poi sta a noi trovare le prove che queste presunzioni sono errate!

Lasciatemelo dire che eravamo molto più liberi sotto Mussolini, rispetto ad oggi.  I portieri ed i guardiani condominiali del ventennio fascista hanno qualcosa di serenamente bucolico, al paragone dell’attuale mostro giuridico-tecnologico che traccia ogni nostra spesa, che ci impone passaporti digitali e presto anche una identitá digitale! Trasformandoci così in sudditi colpevoli, fino a prova contraria, prigionieri da un sistema dal quale é impossibile evadere (a differenza dell’URSS e della Germania nazista)!   Non sono sicuro che in Cina vi sia un controllo altrettanto capillare sui cittadini. E, se vi fosse, non vedo perchè il nostro sarebbe “buono” e il loro “cattivo”.   Entrambi i sistemi lottano contro i nemici dello stato.

Come non vedere che questo sistema genera evasione fiscale anche dove non ce n’é ?
Prendiamo i casi di Google, Apple, che tanto scandalizzano noi europei ed altre società non europee che da noi pagano poche tasse.
Dove viene generato il valore aggiunto (reddito) di Google? E di Apple? Da noi, negli Apple stores?
Siamo sicuri? Io no, non ne sono persuaso.

Penso che il valore aggiunto sia generato nella loro sede sociale, dove viene inventata la tecnologia, il modello di business e il design che ha reso tali società un patrimonio insostituibile dell’umanità. Per cui è uno scandalo che non paghino le tasse negli USA, mentre è normale che non paghino (molte) tasse da noi in Europa.

Facciamo la prova al contrario.
Prendiamo la Volkswagen (una società tedesca): dove viene creato il valore aggiunto delle auto Volkswagen? Nella fabbrica dagli operai (che fanno un lavoro che si potrebbe fare identico ovunque nel mondo)? Nelle concessionarie che vendono con un margine operativo di un migliaio di euro e con un altissimo rischio di magazzino invenduto, per cui spesso in perdita? Oppure il valore aggiunto è il brand, la qualità della progettazione  e la concezione del modello di business della Volkswagen?

Se si ragionasse con Volkswagen come si ragiona con Google e Apple, si dovrebbe sottoporre a tassazione negli USA anche parte degli utili realizzati dalla casa madre con sede in Germania, a Wolfsburg.  Sarebbe giusto ? Perché se è giusto per Google ed Apple, deve essere giusto anche per tutti gli altri prodotti che vengono pensati e realizzati all’estero, ovunque nel mondo.   A me pare evidente che il valore aggiunto quasi mai sta nel punto vendita o nel punto di produzione/erogazione.  Perché se fosse così non si capirebbe perché tante case automobilistiche sono fallite e perché tante aziende informatiche sono fallite.

Ad esempio la Kodak: è un caso esemplare in cui la incapacità di chiudere centri di produzione e di erogazione dei servizi (che perdevano, invece di generare ricavi) ha distrutto una società che aveva inventato non solo la fotografia, ma anche brevettato metodi di stampa delle fotografie digitali.

Solo in seguito a 10 anni di indottrinamento sulla gravità sociale e la depravazione morale dell’evasione fiscale, si può arrivare a credere che Google (o Apple) crei utili in Italia, che sono proporzionali al suo fatturato in Italia.   Lo crediamo perché ci fa comodo crederlo. Occorre pagare il nostro debito pubblico e occorre finanziare uno stato sociale che assorbe dal 60% (in Italia) al 75% della spesa pubblica (in Europa), con decine di milioni di persone che dipendono da esso.

Dunque un riflesso condizionato, pavloviano.  Noi prigionieri del muro di Berlino fiscale, loro liberi ed immorali che si tengono tutti i soldi e li spendono in super-yacht aerei privati e prostitute bellissime.
Dobbiamo prenderli ! Dobbiamo fermarli !

Google: l’utile ebreo.

Evasori2013-12-15GiannelliCorriereDellaSera

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60 miliardi di euro di prestito forzoso a carico degli italiani ?

Posted by on Dic 10, 2013 in Euronotaries | 1 comment

Illustre Ministro della Giustizia,

come cittadino, come notaio e come docente universitario di diritto, sento il dovere di segnalarLe una iniziativa legislativa palesemente incostituzionale: Proposta di modifica n. 3.122 al DDL n. 1120, (testo 2) a firma dei Senatori FINOCCHIARO, DE MONTE, LO MORO http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emendc&leg=17&id=00727323&idoggetto=00748715&parse=si&stampa=si&toc=no

L’emendamento, approvato al Senato, prevede un prestito forzoso a favore dello stato, su poco meno di 500.000 compravendite immobiliari, all’anno, il cui valore medio in Italia è di circa di € 120.000 (dati ISTAT e Agenzia del Territorio). Si tratta dunque di un prestito forzoso di € 60.000.000.000 (sessanta miliardi di euro) l’anno, che colpisce nel 95% dei casi cittadini medi.  Non si può definire altrimenti l’obbligo di versare l’intero prezzo sul conto corrente dedicato del notaio rogante, in attesa dell’effettuazione degli adempimenti conseguenti all’atto notarile di compravendita, mentre “gli interessi sulle somme depositate, al netto delle spese di gestione del servizio, sono finalizzate a rifinanziare i fondi di credito agevolato, riducendo i tassi della provvista dedicata, destinati ai finanziamenti alle piccole e medie imprese, individuati dal decreto di cui al comma 15-sexies”.

L’articolo 42 terzo comma della Costituzione recita: “La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.” Poiché la finalità di protezione dell’acquirente è già tutelata mediante la possibilità di trascrivere il preliminare, non vi è nessun nesso fra il prelievo forzoso degli interessi e la tutela dell’acquirente. Gli addotti motivi di interesse generale sono: innanzitutto di fatto non sussistenti e, in secondo luogo, comunque inadeguati a giustificare un esproprio senza indennizzo.

Se si volesse configurare la norma come una nuova tassa a carico del cittadino, ciò sarebbe innanzitutto politicamente incoerente con la promessa del Governo di cui Lei è Ministro, di non aumentare la pressione fiscale, in secondo luogo anche incostituzionale: una “patrimoniale” del 100% sugli interessi del prezzo depositato dal compratore viola il principio della capacità contributiva (art. 53 della Costituzione).

Segnalo la cosa, in quanto nel fiume di emendamenti presentati alla legge di stabilità questo, nel suo apparente tecnicismo, potrebbe non apparire per quello che è, ossia una nuova forma di pesante, illegittimo prelievo fiscale che crea un ulteriore fossato fra il cittadino e l’acquisto della casa, che andrebbe ad aggiungersi alla estrema difficoltà di ottenere credito (le banche hanno raddoppiato l’acquisto di titoli del debito pubblico e fortemente ridotto il credito alle famiglie ed alle imprese), deprimendo ulteriormente un mercato che negli ultimi cinque anni è calato di circa il 50%.

Mentre per le strade d’Italia si manifesta il disagio sociale e forme di disobbedienza civile persino fra le Forze dell’Ordine, duole constatare che l’emendamento in oggetto ha trovato appoggio ampio fra le forze politiche rappresentate al Senato (persino di un possibile candidato alla Presidenza della Repubblica). Se non si trattasse di una iniziativa individuale dei tre Senatori firmatari, significherebbe che ampia parte delle forze politiche presenti in Senato, supporta questo tipo di prelievo fiscale, nuovo in Italia e tristemente noto solo in ordinamenti giuridici che hanno visto lo stato rinnegare il proprio debito pubblico (ad esempio l’Argentina).

Signor Ministro, si tratta di un prelievo fiscale occulto, in palese contrasto con lo statuto del contribuente (una legge dello Stato: Legge 27 luglio 2000 n. 212) e dal gettito modesto (agli attuali tassi di interesse sui mutui ipotecari sarebbero circa € 15 milioni all’anno, se i tempi di trascrizione degli atti restassero immutati, ma potrebbe lievitare a oltre € 200 milioni, nel caso che le procedure di gestione delle somme in deposito risultassero particolarmente farraginose, creando dunque un premio tributario a favore dello Stato, in caso di peggioramento dell’efficienza dei trasferimenti immobiliari).

Qualora si volesse in questi tempi difficili davvero aiutare gli Italiani ad acquistare casa senza rischi inutili, occorrerebbe prevedere che i preliminari di compravendita aventi forma notarile, possono essere registrati e trascritti in esenzione dal bollo e con il pagamento di una o due imposte fisse (€ 168,00).
Ciò garantirebbe banche ed acquirenti rendendo le transazioni immobiliari più sicure, senza alcun costo per lo Stato, che a fronte di una riduzione della pressione fiscale sui contratti preliminari registrati, vedrebbe aumentare notevolmente il loro numero, eliminando ogni residuo incentivo all’evasione fiscale su detti contratti.

Certo della Sua attenzione, La saluto con osservanza, Riccardo Genghini, Notaio in Milano.

NOTE AL TESTO DELLA LETTERA AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA:

 (1) http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emendc&leg=17&id=00727323&idoggetto=00748715&parse=si&stampa=si&toc=no

Proposta di modifica n. 3.122 al DDL n. 1120
3.122 (testo 2)FINOCCHIARO, DE MONTE, LO MORO
APPROVATO
Dopo il comma 15, aggiungere i seguenti:

        «15-bis. Il notaio o altro pubblico ufficiale è tenuto a versare su apposito conto corrente dedicato:

a) tutte le somme dovute a titolo di onorari, diritti, accessori, rimborsi spese e contributi, nonché a titolo di tributi per i quali il medesimo sia sostituto o responsabile d’imposta, in relazione agli atti dallo stesso ricevuti e/o autenticati e soggetti a pubblicità immobiliare, ovvero in relazione ad attività e prestazioni per le quali lo stesso sia delegato dall’autorità giudiziaria;

b) ogni altra somma affidatagli e soggetta ad obbligo di annotazione nel Registro delle Somme e dei Valori di cui alla legge n.64/1934, comprese le somme dovute a titolo di imposta in relazione a dichiarazioni di successione;

c) l’intero prezzo o corrispettivo, ovvero il saldo degli stessi, se determinato in denaro, oltre alle somme destinate ad estinzione delle spese condominiali non pagate e/o di altri oneri dovuti in occasione del ricevimento o dell’autenticazione, di contratti di trasferimento della proprietà o di trasferimento, costituzione od estinzione di altro diritto reale su immobili o aziende.

15-ter. La disposizione di cui al comma 15-bis non si applica agli importi inferiori ad euro 100.000 e per la parte di prezzo o corrispettivo oggetto di dilazione; si applica in relazione agli importi versati contestualmente alla stipula di atto di quietanza. Sono esclusi i maggiori oneri notarili.

15-quater. Gli importi depositati presso il conto corrente di cui comma 15-bis costituiscono patrimonio separato. Dette somme sono escluse dalla successione del notaio e altro pubblico ufficiale e dal suo regime patrimoniale della famiglia, sono assolutamente impignorabili a richiesta di chiunque ed assolutamente impignorabile ad istanza di chiunque è altresì il credito al pagamento o alla restituzione della somma depositata.

15-quinquies. Eseguita la registrazione e la pubblicità dell’atto ai sensi della normativa vigente, e verificata l’assenza di formalità pregiudizievoli ulteriori rispetto a quelle esistenti alla data dell’atto e da questo risultanti, il notaio o altro pubblico ufficiale provvede senza indugio a disporre lo svincolo degli importi depositati a titolo di prezzo o corrispettivo. Se nell’atto le parti hanno previsto che il prezzo o corrispettivo sia pagato solo dopo l’avveramento di un determinato evento o l’adempimento di una determinata prestazione, il notaio o altro pubblico ufficiale svincola il prezzo o corrispettivo depositato quando gli viene fornita la prova, risultante da atto pubblico o scrittura privata autenticata, ovvero secondo le diverse modalità probatorie concordate tra le parti, che l’evento dedotto in condizione si sia avverato o che la prestazione sia stata adempiuta. Gli interessi sulle somme depositate, al netto delle spese di gestione del servizio, sono finalizzate a rifinanziare i fondi di credito agevolato, riducendo i tassi della provvista dedicata, destinati ai finanziamenti alle piccole e medie imprese, individuati dal decreto di cui al comma 15-sexies.

15-sexies. Entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, adottato su proposto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della Giustizia, sentito il parere del Consiglio nazionale del Notariato, sono definiti termini, condizioni e modalità di attuazione dei commi da 15-bis a 15-quinquies anche con riferimento all’esigenza di definire condizioni contrattuali omogenee applicate ai conti correnti dedicati».

(2) Novità introdotta dall’art.3, primo comma del D.l. 31 dicembre 1996, n. 669 , convertito con modificazioni nella legge 28 febbraio 1997 n.30, che ha inserito nel codice civile l’art. 2645-bis.

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Uscire dalla Caverna

Posted by on Lug 19, 2013 in Filosofia | 0 comments

Il materiale di seguito riprodotto in corsivo è stato gentilmente concesso dall’Autore Franco Lorenzoni.

Nella Casa-Laboratorio di Cenci http://www.cencicasalab.it, e nelle altre connesse attività, Franco Lorenzoni sperimenta, fra l’altro, l’ipotesi che adulti, adolescenti, bambini ed anziani possano incontrarsi, intrecciando memorie, esperienze, competenze e linguaggi differenti. Che tutto ciò costituisca una ricchezza. Fuori da un rapporto istituzionale -senza essere né genitori, né insegnanti- incontrare e ricercare assieme a dei bambini è una esperienza inconsueta per molti adulti. Ed anche ai bambini offre nuove possibilità nella ricerca di un rapporto diretto con gli elementi del nostro pianeta. Poiché ciò che ricerchiamo è legato alla radice della presenza dell’uomo sulla terra, è proprio nel rapporto con l’infanzia che si nasconde un piccolo varco su cui vale la pena di indagare.

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Personalmente ritengo che di questi tempi, sia utile riflettere con il candore di un bambino sul problema di come “Uscire dalla Caverna” in cui ci siamo infilati (o siamo stati infilati).  Il che richiede anche di capire come ci siamo finiti (oppure, chi vi ci ha portato), senza attingere a pregiudizi ed idee stereotipate (i capitalisti egoisti e speculatori, la spesa pubblica insostenibile, la concorrenza sleale dei cinesi, i politici incompetenti e corrotti, ecc.).

Infatti l’ostacolo veramente insuperabile, é quello delle proprie convinzioni errate: non esiste altro modo di superare tale ostacolo, che di cambiare le proprie convinzioni errate. È una cosa così ovvia, che la comprende anche un bambino… ma quasi nessun adulto !

Leggendo il contenuto del dibattito politico di questi mesi, non si può fare a meno di avere la sensazione che tutti stiano fissando delle ombre sulle quali proiettano le proprie convinzioni, finendo col trovarsi nella stessa situazione senza speranza dei prigionieri della caverna del racconto di Platone ne “La Repubblica”.

Proprio chi porta la luce è più avversato. Solo chi propone soluzioni che alla fine ci consentono di non cambiare nulla e restare nel buio della caverna è accettato.

Noi adulti abbiamo ben poco da insegnare ai bambini, se pensiamo a dove abbiamo portato la nostra società e che prospettive oggi hanno i nostri figli, mentre noi continuiamo a discutere del significato delle ombre.

La conversazione che segue si è svolta nel marzo 2013 nella quinta della scuola elementare di Giove, un piccolo paese umbro, non lontano dalla Casa-Laboratorio di Franco Lorenzoni. Dalla prima elementare i bambini della classe sono stati abituati a discutere degli argomenti più vari. In particolar modo quest’anno hanno sperimentato un intreccio tra la storia della Grecia antica e le origini della matematica e della scienza (Talete, Anassimandro, Pitagora, Archimede, Eratostene), che li ha portati ad una piccola esposizione matematica e ad una rappresentazione teatrale. Traendo ispirazione dall’arte, i bambini, guidati da Franco Lorenzoni, hanno osservato a lungo e ridisegnato i personaggi che compongono “La scuola di Atene” di Raffaello.

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Poi ciascun bambino ne ha scelto uno e per quattro mesi c’è stata una corrispondenza fantastica con i filosofi e scienziati lì rappresentati, che ha collezionato, alla fine dell’anno, oltre novanta lettere.

Un giorno Ylenia ha ricevuto da Platone, suo corrispondente, il racconto del celebre mito della caverna, trascritto in un linguaggio a lei accessibile, ma fedele al dialogo contenuto nella Repubblica.

Questo il testo del Libero adattamento del mito della caverna, tratto da “La repubblica” di Platone:

<<Socrate: Cerca di immaginare questa scena. Ci sono degli uomini che vivono, fin da bambini, dentro a una grande caverna, che ha una sola entrata. Hanno grandi catene che bloccano le loro gambe e le loro teste, così stanno sempre seduti, fermi, e possono solo guardare la parete della caverna opposta all’ingresso.

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Glaucone: E cosa vedono?

Socrate: Dietro di loro ci sono degli uomini che loro non possono vedere. Questi uomini hanno acceso un grande fuoco e, davanti al fuoco, muovono delle statue di legno e dei pupazzi, alzandoli al di sopra di un piccolo muro, come fossero burattini. Gli uomini incatenati vedono sulla parete della caverna le ombre dei pupazzi che si muovono. Secondo te vedono anche altro?

Glaucone: E come possono, se sono incatenati?

Socrate: Poiché gli uomini che li muovono parlano e nella caverna c’è l’eco, agli uomini incatenati sembra che le ombre, che vedono proiettate sulla parete, parlino. Secondo te questi uomini incatenati cosa pensano di quello che vedono?

Glaucone: Io credo, Socrate, che loro pensano che quello che vedono sia la realtà. Se vedono solo ombre che parlano, le ombre che parlano sono per loro l’unica realtà!

Socrate: E’ così, infatti, a loro capita quello che accade anche a noi: crediamo che ciò che vediamo sia l’unica realtà. Ora immagina che uno di loro venga liberato dalle catene e, voltandosi, si accorga che dietro alle sue spalle c’è un fuoco acceso. I suoi occhi non sono abituati a vedere la fiamma e, quando la guarda, gli sembra di diventare cieco. Se uno gli domandasse se sono più vere le ombre che ha visto per tutta la vita o questo fuoco e gli uomini che muovono i pupazzi che vede ora, secondo te cosa risponderebbe?

Glaucone: Secondo me lui resterebbe confuso, perché non riuscirebbe a guardare la nuova realtà. Vorrebbe tornare a guardare le ombre che è abituato a vedere, anche perché così non gli farebbero male gli occhi, abituati da sempre al buio e alle ombre.

Socrate: Seguimi ancora, Glaucone. Se l’uomo ora venisse trascinato fuori dalla grotta e messo di fronte al sole, cosa vedrebbe?

Glaucone: Niente, Socrate. Non potrebbe vedere niente, perché i suoi occhi sono accecati dalla luce del giorno, che non ha mai visto prima.

Socrate: E quando potrebbe ricominciare a vedere?
Glaucone: Dovrebbe abituarsi a stare alla luce per cominciare finalmente a vedere il mondo superiore, che è fuori dalla caverna.

Socrate: Certo, ma lo potrà fare a poco a poco. Prima osserverà le immagini degli altri esseri umani e delle cose riflesse nell’acqua, poi comincerà a guardare direttamente la natura. Arrivata la notte, volgerà il suo sguardo al cielo e contemplerà tutte le stelle della notte e la luce candida della luna. Al mattino, finalmente, quando il cielo si tingerà dei colori dell’aurora, inizierà a distinguere bene gli altri uomini e gli alberi e le colline, cominciando ad ascoltare il canto degli uccelli.

Glaucone: E cosa proverà?

Socrate: Sarà enormemente felice di aver scoperto com’è fatto davvero il mondo e proverà pietà per i suoi compagni, che sono ancora incatenati nella caverna, come lui era stato per tanti anni. Poi, guardando il sole, si accorgerà che il suo calore è alla base di tutta la vita e dello scorrere delle stagioni.

Glaucone: E cosa penserà ora?
Socrate: Che è meglio vivere poveramente da contadino in questo mondo che tornare nella caverna e magari ricevere onori, vivendo al chiuso e nell’oscurità, credendo solo nella verità delle ombre.

Glaucone: Penso anch’io così: accetterebbe qualunque cosa piuttosto che tornare all’ignoranza che aveva quando viveva nella grotta oscura e credeva che l’unico mondo era quello delle ombre.

Socrate: Rifletti ora su quest’altro punto. Secondo te, se il nostro uomo ora ritornasse a sedere nel vecchio posto dove stava incatenato, come avrebbe gli occhi?

Glaucone: Li avrebbe pieni di buio e di tenebre, perché ormai si era abituato alla luce del giorno.

Socrate: E come lo giudicherebbero i suoi vecchi compagni, vedendolo di nuovo lì seduto, ma per tanto tempo con la vista offuscata, senza essere capace di distinguere e vedere nulla delle ombre che costituiscono il loro mondo?

Glaucone: Sicuramente riderebbero di lui.

Socrate: Certo, e direbbero tra loro: “Se uno torna dal viaggio che ha fatto con gli occhi tutti rovinati, non vale proprio la pena andare lassù”.

Glaucone: E poi?

Socrate: Io credo che, se qualcuno proponesse loro di togliersi le catene, gli direbbero che è un pazzo e forse arriverebbero addirittura ad ucciderlo, per impedirgli di proporre cose impossibili.

Il testo di cui sopra è stato letto tre volte ad alta voce in classe e da lì è nata la discussione che segue. Va detto che la settimana precedente i bambini erano stati molto colpiti alla notizia che Socrate era stato condannato a morte nella democratica Atene.

<< Franco: Cosa vi fa pensare questo racconto?

Irene: Secondo me Platone ha scritto questo mito per far capire che quando uno sta sempre al buio e vede solo delle cose, pensa che sia quello il mondo e non tutte le altre cose della natura. Invece, se qualcuno esce e si guarda intorno, capisce…

Greta: Io non ho capito una frase che dice Socrate. “Direbbero fra loro, se uno ritorna dal viaggio che ha fatto con gli occhi tutti rovinati, non vale la pena andare lassù”: che vuol dire andare lassù?

Marianna: Vuol dire andare fuori dalla grotta.

Ylenia: Per me questo mito l’ha scritto per far capire che devi conoscere sempre cose nuove.

Matteo: Come ha detto Ylenia, se uno sta rinchiuso in una caverna e vede solo delle ombre che si muovono come burattini, pensa che sia solo quello il mondo, perché se uno non vede la realtà vera, non sa quello che ci sta, perché quello è tipo un film. Se tu stai rinchiuso in una stanza a vedere solo film, sai solo quel film, non sai quello che c’è al di fuori di quel film.

Franco: E secondo te cosa ci vuol dire Platone?

Matteo: Che uno, per conoscere cose nuove, deve viaggiare.

Greta: Non devi immaginare e guardare solamente quello che c’è dentro dove stai tu, ma anche cercare di capire quello che sta fuori.

Matteo: Loro, se stanno solo in una caverna, non si devono accontentare di quello, devono continuare a tentare di scoprire cose nuove. Perché loro, finché stavano incatenati alle pareti della caverna, non sapevano che c’era un fuoco che faceva tutte quelle ombre. Poi, quando hanno scatenato quell’uomo, si è accorto che quella non era la realtà, era una cosa falsa.

Luca: Secondo me Platone voleva dire forse che le persone che proiettavano le ombre e le persone che hanno portato fuori quello che era incatenato sono la filosofia. Poi dice: “Se qualcuno proponesse di togliersi le catene, gli direbbero che è un pazzo e forse arriverebbero addirittura ad ucciderlo”. Questa frase a me ha fatto pensare a quando hanno ucciso Socrate, perché non erano d’accordo con quello che diceva. Gli uomini incatenati erano fissi sul loro mondo. Gli altri erano la filosofia.

Marianna: Secondo me questo mito vuole dire una cosa a noi: la realtà che vediamo noi non è la stessa per altre persone. Non c’è solo questa realtà, ma ce ne sono altre.

Valeria: Per me questo dialogo è una metafora per far capire che gli uomini che erano incatenati avevano la mente offuscata, come dice Platone, perché erano abituati solamente a vedere le cose che vedono frequentemente, invece l’uomo che è stato liberato ha cominciato a vedere la nuova realtà. Per me questo significa che noi dobbiamo conoscere pian piano le nuove realtà, perché non ce n’è solo una.

Simone: Per me questo mito voleva dire che degli uomini, se restano in una stanza vedendo solo delle ombre, loro non hanno mai visto la realtà, non hanno mai visto. Loro hanno vissuto in un altro mondo, in un secondo mondo, che però non era vero.

Franco: Forse non è che non era vero, era solo una parte della realtà.

Greta: Ma alla fine tutto è vero. Ci stanno delle persone nella grotta che hanno visto solo questa cosa e per loro è vera. Però magari ci stanno altre persone che non stanno nella grotta e sono abituate a vedere le cose più grandi, non solamente il piccolo. Per loro altre cose sono vere, ma alla fine tutto quanto è vero, tutto quanto è la realtà. Niente è falso.

Irene: Le ombre non sono fatte solo dai pupazzi con il fuoco, ma ci sono ombre anche di noi persone, quindi è una realtà.

Francesco: Secondo me questo mito vuol dire che se tu passi tanto tempo in una stanza, poi il mondo vero ti sembra una cosa falsa.

Valerio: Quello che era falso gli sembrava vero e quello che era vero gli sembrava falso.

Lara: Per me questo mito che racconta Platone vuole far capire che, se tu stai molto tempo su una cosa, ti sei fissato e vuoi stare solo su quella. Ma così non conoscerai mai qualche cos’altro.

Marianna: La caverna è il mondo e noi siamo le persone incatenate. Fuori dal mondo, fuori di noi, c’è una realtà più grande che racchiude anche il mondo.

Valeria: Però noi stessi non vogliamo essere liberati, anche se dovremmo…

Marianna: Noi non ce la facciamo proprio a liberarci, perché tutte le persone stanno dentro. Nessuno ti può liberare.

Franco: Marianna ha detto che tutti noi siamo dentro alla caverna di Platone.

Greta: Ha detto che gli uomini non si vogliono liberare dalle catene. Per me non si vogliono liberare perché hanno paura di vivere in un altro mondo, perché sono abituati sempre a quella cosa e un’altra cosa li potrebbe spaventare.

Matteo: Quello che è stato liberato dalle catene, per tutto il tempo aveva visto solo ombre e pensava che quella era la vera realtà, invece le ombre erano come un mondo immaginario. Poi, quando lo hanno scatenato e ha visto il fuoco, stava quasi per passare a un altro mondo. E quando ha visto il sole, e non riusciva a vedere perché ormai si era abituato ad un mondo falso, è passato tipo da un portale che lo ha portato in un mondo vero, e si è abituato alla realtà. Poi, quando ha visto i suoi compagni che erano ancora incatenati, era dispiaciuto per loro, perché erano stati tutto questo tempo in un mondo falso.

Franco: Ma loro come hanno reagito?

 Erika: Visto che stavano sempre dentro la grotta, non credevano che fuori c’era tutto un altro mondo

Franco: Non solo non gli hanno creduto…

Marianna: Ma lo hanno anche minacciato.

Valeria: Loro, per me, lo volevano uccidere perché sapevano che era troppo vero quello che stava dicendo, quindi doveva essere per forza falso.

Matteo: Come Galileo, lui diceva che c’erano delle lune attorno a Giove e loro lo hanno arrestato perché, dicevano: “Hai contraddetto la nostra religione”. Forse anche Socrate diceva qualcosa che stava contro la religione.

Ylenia: Forse, per loro, il mondo delle ombre era la loro religione.

Matteo: Certo, perché hanno visto solo quello.

Simone: Gli uomini incatenati hanno visto solo ombre e roccia e loro erano sicuri che c’era solo quel mondo. Magari ci poteva essere anche altro, però non potevano essere sicuri al massimo.

Marianna: Se uno dicesse a noi: “Guarda che, al di fuori di questo mondo ce n’è un altro più grande”, noi non ci crederemmo perché siamo troppo abituati, per generazioni, a vivere sempre in questo mondo, che cambia, si, ma è sempre lo stesso…

Valeria: Perché la nostra immaginazioni ha confini, invece non ce li dovrebbe avere. Se ci dicessero, come dice Marianna, che all’infuori di questo mondo ce n’è un altro più bello, dove si scoprono cose fantastiche, la nostra immaginazione ha dei confini così limitati che non riesce a concepirlo quest’altro mondo, non lo capisce.

Matteo: Forse quello che hanno liberato dalla grotta è quello che aveva la mente infinita e poteva sapere molte cose, mentre quelli che sono restati chiusi erano quelli che nella mente potevano rinchiudere poche cose. Pensavano che le poche cose che sapevano erano solo le ombre che gli facevano vedere.

Greta: L’uomo che è stato liberato, quando è andato a dire queste cose a quelli che non erano stati liberati, magari loro ci credevano a quello che gli aveva detto, però non volevano crederci, perché erano convinti che quella era la loro realtà. Non volevano credere a quella cosa e si convincevano da soli.

Matteo: Forse non gli credevano a causa dei burattini e delle ombre. A forza di fargli vedere i burattini li costringevano a credere a quella realtà, che non era la vera realtà.

Simone: Marianna prima aveva detto una cosa: c’è un mondo dentro un mondo dentro un altro mondo. Tanti mondi. Può essere che sono veri, però…

Greta: Nessuno di noi conosce la realtà, perché se ci sta un mondo dentro un altro mondo dentro un altro mondo… se sono infiniti nessuno potrà mai arrivare nell’ultimo mondo.

Matteo: Noi non abbiamo il tempo abbastanza per scoprire tutto, perché moriamo.

Marianna: Perché le ombre stanno dentro anche a questo mondo. Magari c’è un altro mondo più grande che racchiude le ombre, questo mondo e altre cose…

Franco: Forse è come se questo nostro mondo fosse parte di un mondo più grande.

Valeria: Se le ombre sono false e sono fatte da una cosa vera, come il fuoco, tutto è falso.

Matteo: Le ombre sono fatte dal sole e forse il nostro fuoco è il sole.

Greta: Magari dove è andato Luca, il nostro compagno che è morto, è un mondo superiore a questo.

Matteo: Dove puoi sapere tutto, perché vivi infinitamente.

Luca: Qui c’è il fuoco che sarebbe il sole, come dice Matteo, e forse noi siamo i burattini che qualcuno muove vicino al fuoco.

Franco: E la filosofia, che diceva prima Luca, cos’è?

Marianna: La filosofia è un mondo più grande della realtà.

Franco: Sapete che la filosofia viene chiamata anche metafisica, che vuol dire “oltre la fisica”, perché riguarda ragionamenti che vanno oltre lo studio del mondo fisico che ci circonda.

Simone: Forse c’è un mondo che è infinito, che circonda tutte le immaginazioni, tutte le cose che noi pensiamo.

Marianna: Quando gli uomini stavano incatenati erano tutti un po’ rabbiosi, pure l’uomo che è andato via era così. Poi, quando è andato fuori della caverna, è tornato più consapevole delle cose.

Matteo: Ma Socrate, non poteva lasciare un libro con tutte le soluzioni di questi problemi?

Franco: Socrate non ha scritto nulla.

Irene: Era cieco, no?

Franco: Quello era Omero.

Valeria: Alla fine non ci potremo mai arrivare, possiamo spremere tutta la logica che ci viene, ma la filosofia, alla fine, è infinita.

Marianna: Quello che pensava Socrate è difficile che lo pensiamo pure noi. Socrate ha fatto questo mito perché pensava una certa cosa che voleva far capire, ma noi non siamo come la mente di Socrate.

Franco: No, non siamo come la mente di Socrate.

Greta: Loro erano gelosi.

Valeria: Gelosi di cosa? Se non hanno la mente aperta, come fanno a sapere cos’è la filosofia?

Greta: Magari loro pensavano di essere più intelligenti di tutti, poi arriva una persona che loro capiscono che è più intelligente di loro e non gli sta bene.

Franco: Pensi che tutto nasca dall’invidia?

Luca: No, dalla convinzione delle persone. Loro erano convinti di quello in cui credevano, come al tempo di Gesù, che i romani erano convinti dei loro dei. Non volevano Gesù e lo hanno ucciso, come hanno ucciso Socrate.

Valeria: Se ci pensi, il fuoco della caverna potrebbe essere il mezzo della filosofia, perché attraverso il fuoco si sono fatte le ombre, e le ombre sono mezze vere e mezze false. E’ come la filosofia: ti porta in mezzo alle cose che pensi.

Matteo: Socrate ha detto a tutti gli uomini: “Forse ci sta un nuovo mondo, non dovete credere che c’è solo questo”. E alla fine lo hanno ucciso.

Greta: Forse non volevano essere confusi. Se pensavano una cosa, magari era difficile per loro pensarne un’altra.

Marianna: Non la riuscivano proprio a capire… e per questo lo hanno ucciso.>>

Ogni ulteriore commento è superfluo.

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Cosa significa innovare

Posted by on Apr 10, 2013 in Euronotaries | 0 comments

Esiste un assunto implicito nei ragionamenti politici di molti notai.

Che in questo momento di crisi, l’unica cosa che si possa fare è di prestare attenzione che il poco lavoro che c’è, sia distribuito equamente. L’assunto implicito è che i notai non possano fare nulla per influire sulla domanda di servizi notarili:

1)     non riducendo le tariffe, in quanto esse sono una parte trascurabile dei costi di transazione (o del budget complessivo dell’operazione di cui essi sono intermediari abilitati e garanti);

2)     non creando nuovi servizi o nuovi tipi di certificazione e sicurizzazione delle transazioni giuridiche;

3)     e neppure procedendo ad un riesame complessivo della normativa (anche secondaria) e delle prassi interpretative in materia notarile.

Sul primo e terzo punto di cui sopra mi sono espresso nel programma politico di cui al mio precedente post:

–        sul primo punto (i costi di transazione) ho ragionato ai punti 4.1, 4.2 e 4.3.  https://www.riccardogenghini.it/2013/03/27/cosa-possono-fare-i-notai-per-litalia/#.  In sintesi: non si può fare molto, ma qualcosa si può fare

–        sul terzo punto (interpretazione della legge e prassi notarile), ai punti 2.8, 4.6 e 4.8 https://www.riccardogenghini.it/2013/03/27/cosa-possono-fare-i-notai-per-litalia/#.  ho rilevato alcune incongruenze nell’ermeneutica giuridica dei notai, che richiedono un radicale ripensamento. I notai, fino ad oggi sono stati

a)     “coraggiosi”, se si tratta di difendere un interesse notarile;

b)     “ponziopilateschi” se si tratta della libertà negoziale dei cittadini italiani o dei comportamenti illegittimi del fisco. Gli abusi negoziali di banche e costruttori sui consumatori, sono stati ignorati dal notariato: vi hanno posto fine il legislatore, la Banca d’Italia e l’Antitrust. Una clamorosa occasione persa!  Chi proteggerà il cittadino e le aziende da un fisco sempre più rapace e prepotente?

c)     “tuzioristici”, ogni volta che lo stato attribuisce al notaio nuove funzioni di controllo sul cittadino: si tende a dare una lettura “ampia” di questi doveri di controllo, nella candida convinzione che più il notaio debba controllare i propri clienti, più ne esce rafforzata la funzione pubblica notarile.

 

In questo post, vorrei analizzare il secondo punto: quale impatto può avere l’innovazione in campo notarile.  Il ragionamento è suddiviso in due parti:

A)    Definizione di innovazione in generale e delle sue ricadute economiche, sociali, politiche e legali.

B)    Descrizione dell’innovazione in campo notarile.

A)        Cosa significa innovare? A cosa serve e come funziona l’innovazione?

L’innovazione è un cambio di paradigmi tecnologici/scientifici e/o sociali/legali.

Ne consegue che dal punto di vista macroeconomico si hanno quattro tipi di innovazione:

A1) Innovazione meramente tecnologica (e scientifica)

A2) Innovazione meramente sociale (e giuridica)

A3) Innovazione sia tecnologica/scientifica, sia giuridica/sociale, che definiremo “tecnologica/sociale”. Come vedremo, a volte l’innovazione tecnologica, determina cambiamenti sociali, altre volte occorre prima un cambiamento giuridico/sociale, per consentire delle importanti innovazioni tecnologiche.

 

A1)       L’innovazione meramente tecnologica (e scientifica) non seguita da cambiamenti sociali può avere esiti alterni: in genere si tratta di miglioramenti tecnologici di tecnologie già esistenti, ed in quanto tali generalmente positivi. Tuttavia fra queste innovazioni di tipo incrementale rientrano numerose innovazioni effimere (come strumenti per impedire agli schiavi di fuggire o nuovi armi di distruzione di massa) o innovazioni che poi hanno risultato avere un costo o effetti collaterali inaccettabili (asbesto, talidomite o, energia nucleare).  Secondo la terminologia adottata da Clayton Christensen nel 1997 in “The Innovator’s dilemma” e ripresa nei suoi successivi libri, questo tipo di innovazioni sono definite “sustainable innovationhttp://www.amazon.it/Christensen-Innovation-Collection-award-winning-ebook/dp/B008527PTO/ref=sr_1_7?ie=UTF8&qid=1365580760&sr=8-7&keywords=the+innovators+dilemma

http://hbr.org/web/extras/insight-center/health-care/will-disruptive-innovations-cure-health-care

L’innovazione tecnologica senza (traumatici) cambiamenti sociali ha (salvo poche eccezioni, come quella delle automobili) effetti benefici molto più limitati dell’innovazione tecnologica/sociale.  Si pensi alla creazione di nuove macchine (utensili o domestiche) che fanno la stessa cosa di un modello precedente, solo più in fretta e/o meglio: indubbiamente si tratta di innovazioni che aumentano la produttività del lavoro, tuttavia sono prive di quel potente moltiplicatore che, come vedremo, è il cambiamento sociale.

 

A2)       La mera innovazione giuridica e sociale può avere esiti devastanti o estremamente positivi. Difficile prevederne l’esito se disgiunta da innovazione scientifica e tecnologica:

Se si guarda ai principali cambiamenti giuridici/politici di portata epocale, si vedrà che

–        alcuni di questi, pur moralmente giusti hanno avuto ricadute pesanti: si pensi all’abolizione della schiavitù nel quinto secolo D.C. ha certamente accelerato l’implosione dell’impero romano: la popolazione europea nei due secoli successivi è calata del 60%, da 50 a 20 milioni di abitanti

–        altri sono risultati sia moralmente intollerabili, sia economicamente e socialmente nefasti: si pensi a fascismo e comunismo;

–        altri erano moralmente indifendibili, ma hanno grandemente beneficiato chi si comportava in modo immorale, anche in base ai propri principi etici: il colonialismo;

–        altri, infine si presentavano come una sovversione delle regole giuridiche, ma hanno portato grande benessere: la lex mercatoria.

Quando all’innovazione sociale non ha fatto seguito anche una connessa innovazione tecnologica, le ricadute economiche e sociali sono state spesso molto pesanti (fascismo e comunismo), anche se sulla giustezza dell’innovazione sociale/giuridica non si possono avere dubbi (abolizione della schiavitù).

 

A3)       In generale hanno invece una ricaduta positiva l’innovazione sociale che mette in modo l’innovazione scientifica e tecnologica, nonché l’innovazione tecnologica che determina cambiamenti sociali. Questo tipo di innovazioni sono state definite “disruptive innovation” da Clayton Christensen, anche se egli considera solo il caso dell’innovazione tecnologica che mette in movimento un cambiamento economico e sociale e non il caso inverso, che è almeno altrettanto rilevante. Per una ampia casistica di innovazioni tecnologiche/sociali, rinvio al suo celebre scritto. Fra i tanti casi noti, ho scelto qui di seguito alcuni casi che hanno una particolare affinità con il tema dell’innovazione notarile.

Le innovazioni tecnologiche/sociali del mondo occidentale dal X al XX secolo hanno creato uno sviluppo economico senza precedenti nella storia dell’umanità, in quanto hanno moltiplicato la produttività del lavoro e del capitale in modo esponenziale (si vede il grafico nel seguente post: https://www.riccardogenghini.it/en/2012/06/10/where-do-we-come-from-3/#.UWUd-hmw6fQ o in una traduzione in italiano http://www.euronotaries.eu/where-do-we-come-from/). I dati macroeconomici elaborati da Angus Maddison http://en.wikipedia.org/wiki/Angus_Maddison  fanno propendere nel senso che nel caso dell’innovazione tecnologica/sociale, gli effetti macroeconomici sono molto più marcatamente positivi, che in ogni altra ipotesi, compresa persino la crescita demografica.

Tuttavia l’innovazione tecnologica/sociale non rende tutti più ricchi in modo uniforme.

Ad esempio, l’introduzione dei secchi e delle taniche di plastica nei paesi del terzo mondo ha notevolmente migliorato l’accesso all’acqua potabile, ma ha reso disoccupati e poveri i vasai: chi preferirebbe portare l’acqua con un recipiente (più bello, ma anche molto più fragile) che pesa 50 volte più di un altro recipiente, che ha una durata inferiore e un prezzo superiore? Per proteggere i vasai si sarebbe potuto tassare alla fonte i recipienti di plastica, ma fortunatamente (per la maggior parte della popolazione, esclusi i vasai) ciò non è accaduto.

Ancora oggi le donne africane nei villaggi senz’acqua avversano la costruzione di pozzi ed acquedotti, perché temono di perdere in rilevanza sociale, quando non sarà più necessario camminare per ore al fine di raggiungere una fonte d’acqua!

Da noi oggi la robotica nell’industria sta mettendo fuori mercato i lavoratori non laureati (o non specializzati) e sta creando posti di lavoro meglio retribuiti (sia pure in numero probabilmente inferiore a quello dei posti di lavoro obsoleti). Proprio grazie alla robotica cominciano e ritornare nei paesi OCSE una serie di produzioni che negli ultimi decenni erano state trasferite in paesi in via di sviluppo: Lenovo e Apple stanno per inaugurare ciascuna un nuovo stabilimento negli USA, dopo oltre tre lustri di investimenti in Asia (anche in questo caso nuovi posti di lavoro negli USA e meno posti di lavoro in Asia).

L’aspetto socialmente ed economicamente benefico dell’innovazione tecnologica/sociale, è che aumenta il numero di persone altamente produttive che operano nell’economia, anche se inevitabilmente rende improduttive (se non addirittura inutili) altre categorie di persone che, prima dell’innovazione, erano utili e produttive. Non di rado l’innovazione tecnologica/sociale ha danneggiato un grande numero di lavoratori, per beneficiare una nuova ristretta élite: si pensi ai tipografi e alla fotocopiatrice, che hanno completamente estinto gli amanuensi; si pensi ai database relazionali che hanno decimato la categoria dei contabili, fra i quali hanno sopravvissuto solo coloro che non si limitano a mere operazioni di ricerca ed esecutive, ma hanno capacità di organizzare e strutturare i dati, in modo da essere sempre rilevanti e significativi nella gestione delle imprese.

E lo stesso vale per il motore a vapore, il motore a scoppio, il motore elettrico, ogni nuova macchina utensile, ogni nuovo apparecchio domestico, la radio, la televisione, il computer, internet, l’email, facebook, ed ogni passata o prossima, futura innovazione tecnologica/sociale.

L’innovazione tecnologica/sociale non è un’innovazione tecnica che ha delle ripercussioni sociali; essa è un cambiamento di paradigmi sia tecnologici, sia sociali, inscindibilmente connessi, anche se si manifestano in momenti diversi. A differenza delle innovazioni meramente tecnologiche (incrementali), l’innovazione tecnologica/sociale implica un cambio di paradigma tecnologico che non può non impattare su altri interessi e altri modelli di business, incrementandoli, riducendoli o eliminandoli del tutto. Insomma il cambiamento sociale è ontologicamente ed inevitabilmente connesso con quello tecnologico: come si fa a introdurre la stampa a caratteri mobili e a salvaguardare nel contempo gli amanuensi? Ciò spiega perché proprio l’innovazione tecnologica/sociale, che è la più benefica a livello macroeconomico, sia anche quella più fieramente avversata sul piano sociale!

I casi in cui un’innovazione tecnologica non incrementale è stata un beneficio per tutti, sono pochi, ma significativi: ad esempio l’automobile e gli altri mezzi di trasporto personali a motore. Poiché prima dell’automobile non esistevano (salvo per le persone estremamente ricche) mezzi di trasporto personali, l’invenzione del mezzo di trasporto personale, non ha danneggiato quasi nessuno (cocchieri e stallieri hanno potuto largamente essere riassorbiti nel mercato del lavoro, come anche i costruttori di carrozze ed altri veicoli a traino animale).  Gli allevatori di cavalli hanno potuto facilmente riconvertire ad altre forme di allevamento. Inoltre la stessa innovazione tecnologica ha comunque anche potenziato il trasporto pubblico, che per i lunghi tragitti è rimasto fino ad oggi assolutamente predominante.

La nascita di una nuova élite tecnologica costringe il ceto sociale divenuto obsoleto a cambiare ruolo, a riconvertirsi ed ad approfittare (ove possibile) del cambiamento. Ciò ha come conseguenza, che non solo il tipografo sostituisce l’amanuense, con una produttività maggiore, ma che l’amanuense diventa anch’esso tipografo, oppure invece di copiare contenuti, comincia a crearli, oppure inventa delle nuove forme di pregiata scrittura grafica, che la stampa non è in grado di riprodurre. Insomma, l’innovazione tecnologica/sociale  non solo rende più produttiva l’ élite emergente che sostituisce il ceto sociale obsoleto, ma ha una ricaduta positiva su coloro che, appartenendo al ceto tecnologicamente obsoleto, o ad altri ceti sociali non direttamente interessati, invece di avversare o ignorare l’innovazione tecnologica, cercano a loro volta di avvantaggiarsene, sfruttando quelle competenze che la nuova élite emergente non ha. Il tipografo, non è un grafico, non è un poeta, ma consente a tutti coloro che producono contenuti di raggiungere un pubblico infinitamente più vasto. La scelta più logica dell’amanuense è di cominciare egli stesso a produrre o rielaborare contenuti. Egli, infatti, in virtù del suo lavoro, conosce il contenuto dei libri meglio di chiunque altro, perché non solo li legge, ma addirittura li riproduce scrivendo (a differenza del tipografo che dalla sua tecnologia è costretto a lavorare carattere per carattere, segno per segno, usando meccanismi e tecniche che scompongono la parola in una serie di segni e di spazi vuoti, privi di senso compiuto). L’amanuense o cambia completamente lavoro, o è costretto dall’innovazione tecnologica/sociale, a evolvere da riproduttore di contenuti ad elaboratore di contenuti !

Non è difficile catalogare gli amanuensi che sono travolti dall’innovazione tecnologica/sociale, sono:

–        gli amanuensi poco colti;

–        quelli che copiano senza veramente leggere quello che stanno copiando,

–        quelli pigri, stupidi, vecchi, malati, senza fantasia…

–        quelli giovani che hanno appena cominciato e che non possono accettare che il loro mestiere, appreso al prezzo di duri sacrifici ora sia obsoleto,

–        quelli che avversano l’innovazione per principio, trincerandosi dietro l’argomento (vero) che i libri riprodotti con la stampa a caratteri mobili sono meno belli dei manoscritti e che, dunque, la stampa avrebbe impoverito culturalmente la società, perché la quantità non può sostituire la qualità (falso: come tutti sappiamo, perché non coglieva che la maggiore quantità in questo caso portava con  sé un salto qualitativo, come lo abbiamo potuto osservare anche nella telematica a cavallo dell’anno 2000 quando si è passati nel volgere di un paio di anni con ADSL e WiFi da una capacità di trasmissione di solo 56.600 bit a oltre 5.000.000 di bit,  https://www.riccardogenghini.it/en/2012/12/03/year-2000-when-digitalisation-became-ubiquituous/#.UWUeoRmw6fQ tradotto in italiano da una mia allieva http://www.euronotaries.eu/anno-2000-quando-i-computer-hanno-iniziato-a-divenire-onnipresenti-ubiquitous-computing/).

L’innovazione tecnologica/sociale non travolge solo i meno meritevoli, ma anche i più deboli, talora gli innovatori stessi (come nel caso della fotografia digitale). Per questo i suoi avversari trovano sempre esempi suggestivi, per dimostrare che si tratta di un male che mina alle basi la società (o il ceto sociale) e che beneficerà solo una odiosa élite tecnocratica!

Si tratta di argomenti così suggestivi, che non di rado hanno ritardato anche di molti decenni l’adozione dell’innovazione tecnologica.

Ad esempio, l’Asia, l’America latina e l’Africa dopo essersi liberate del giogo colonialista, hanno almeno in parte restaurato gli equilibri sociali e politici pre-esistenti al colonialismo. Per tale motivo, in nome della loro identità culturale e nazionale, hanno abbandonato (o lungamente trascurato) l’industrializzazione e la modernizzazione che era stata loro imposta dai colonialisti, tralasciando di innovare la loro agricoltura e la loro industria. Il prezzo di questa scelta è stato immane, in termini di arretratezza economica, di subordinazione culturale e di opportunità perse!

Come già detto, alcune delle più importanti innovazioni tecnologiche, hanno prima necessitato di cambiamenti sociali e legali. Nel libro “Why nations fail” http://www.amazon.it/nazioni-falliscono-origini-potenza-prosperit%C3%A0/dp/8842818739/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1365581917&sr=1-1&keywords=nazioni+falliscono  Daron Acemoglu, James A. Robinson, M. Allegra e M. Vegetti raccontano come l’innovazione sociale/giuridica talora ha preceduto l’innovazione tecnica. Senza delle nuove forme di organizzazione sociale, l’innovazione tecnologica non sarebbe stata possibile e non avrebbe avuto alcuna utilità sociale: per cacciare con le reti, occorre una definita e stabile organizzazione sociale che attribuisce in modo stabile e riconoscibile taluni ruoli. Lo stesso vale per la costruzione di navi e di utensili in nuovi metalli o leghe di metallo, che richiedono investimenti ingenti e/o hanno ritorni incerti e procrastinati nel tempo.

Ma soprattutto, come ha chiarito Timur Kuran http://www.amazon.it/Long-Divergence-Islamic-Middle-ebook/dp/B0046A9MA4/ref=sr_1_3?s=books&ie=UTF8&qid=1365581966&sr=1-3&keywords=kuran+timur  nel suo libro “The great divergence”, l’innovazione giuridica è la più potente forma di innovazione sociale. Solo le nazioni che hanno visto svilupparsi la lex mercatoria e dunque le società, prima mercantili e poi di capitali, hanno avuto la capacità di accumulare i capitali necessari a finanziare l’innovazione tecnologica necessaria ad uscire dall’economia di sussistenza in cui il mondo intero era intrappolato, fino alla prima metà dell’ottocento.

La lex mercatoria ha mutato dall’interno lo ius commune, rendendolo adatto al commercio ed agli scambi speculativi e professionali http://www.amazon.it/Lex-mercatoria-Francesco-Galgano/dp/8815134352/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1365582024&sr=1-1&keywords=lex+mercatoria.

Il luogo comune, che l’individualismo calvinista/protestante consenta di spiegare il successo dell’Olanda e dell’Inghilterra nella corsa all’industrializzazione, è criticato in modo convincente in “The great divergence”: secondo l’autore, infatti, è la capacità di creare imprese collettive in cui si accumulavano notevoli ricchezze, che ha avvantaggiato il mondo occidentale sul mondo arabo e sull’Asia: prima attraverso la nascita delle compagnie mercantili, poi con la creazione delle società in accomandita navali e industriali, poi le compagnie delle indie ed infine con le società anonime.

Insomma la storia della lex mercatoria ci insegna che l’innovazione giuridica è certamente stata sovente la premessa necessaria, affinché l’innovazione tecnologica potesse avere senso economico e capacità trasformativa.

Raghuram Rajan in Fault Lines http://www.amazon.it/Terremoti-finanziari-fratture-minacciano-leconomia/dp/880620873X/ref=sr_1_cc_1?s=aps&ie=UTF8&qid=1365583492&sr=1-1-catcorr&keywords=terremoti+finanziari e Fareed Zakaria in “The post american world” , http://www.amazon.it/Lera-post-americana-Fareed-Zakaria/dp/8817026034/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1365583557&sr=1-1&keywords=fareed+zakaria scrivono  che gli USA poterono in meno di 30 anni superare la Gran Bretagna, proprio per il fatto che non esistevano ceti egemoni (nobiltà agraria/militare e aristocrazia industriale/commerciale) che si opponevano ai cambiamenti sociali che l’industrializzazione richiedeva. Mentre gli inglesi rimanevano legati alla figura del gentleman (un po’ dandy, alla Oscar Wilde), e dunque avversavano culturalmente e socialmente i tecnocrati, gli americani invece erano indifferenti alla nobiltà di modi e consideravano il merito e la capacità gli unici aspetti veramente “nobilitanti”.

Daron Acemoglu, James A. Robinson, M. Allegra e M. Vegetti  in “Why nations fail” http://www.amazon.it/nazioni-falliscono-origini-potenza-prosperit%C3%A0/dp/8842818739/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1365581917&sr=1-1&keywords=nazioni+falliscono sottolineano come anche nell’URSS il conservatorismo sociale ha impedito il formarsi di una nuova classe dirigente tecnocratica: ad essa fu preferita una classe dirigente ortodossa ai principi marxisti. Con le conseguenze che tutti sappiamo.

La letteratura in materia di innovazione è unanime nel sottolineare che coloro che cercano di adottare delle innovazioni tecnologiche/sociali, sterilizzandone la parte sociale, falliscono inevitabilmente nel loro tentativo di innovare. Non solo: ma accade anche che quell’innovazione che i conservatori cercano di sterilizzare o rinviare, si ritorce contro costoro, per cui il loro mezzo-tentativo di innovare, si trasforma in una danno, a volte fatale per l’innovatore-sterilizzatore (i famosi casi Polaroid, Kodak).

Prendiamo l’esempio dell’industrializzazione nell’URSS: l’utopia del PCUS era di creare un’industria sovietica capace di competere e battere quella occidentale, senza però avere il ceto sociale degli industriali, ossia la classe sociale dei proprietari d’impresa. Il PCUS è riuscito, partendo dal nulla, a creare l’industria pesante, trasformando con massicci investimenti dei terreni agricoli in fabbriche. Tuttavia una volta ultimate le fabbriche, le cose non hanno più funzionato e sono andate sempre peggio: l’assenza della classe industriale, di un vero proprietario di quelle fabbriche, e dunque di soggetti che avessero interesse a massimizzare il profitto (vietato!), ha avuto come conseguenza che quei continui miglioramenti incrementali e aggiustamenti che sono necessari allo sviluppo di una industria produttiva, nell’URSS non potessero avere luogo, per cui già solo un decennio dopo gli investimenti iniziali, l’intero complesso industriale sovietico era datato, fatiscente, poco produttivo (e, dopo solo un’altra decade, inservibile).

Cercare di diventare una potenza industriale, senza avere gli industriali, è come costruire le navi senza avere dei veri marinai (con tan to di esperienza, di passione per il mare e di codice della navigazione).

B)        L’innovazione in campo notarile

L’innovazione in campo notarile può essere di tipo puramente sociale (riforme normative o nuove prassi professionali) ovvero di tipo tecnologico/sociale. Non ha molto rilievo, come vedremo al punto “B1)”, l’innovazione puramente tecnologica in ambito notarile.

Non sono innovazioni, i sistemi di automazione degli studi notarili, perché non sono né nuovi (sono degli orrendi aggiustamenti di diverse procedure, dei veri Frankenstein informatici, i figli scemi dei sistemi di ERP aziendali), che non hanno nulla di innovativo e, soprattutto, non determinano alcun cambio di paradigma o vero miglioramento di produttività nei nostri studi. Sono pistole giocattolo!

B1) Quali potrebbero essere gli esempi di innovazione meramente tecnologica e dunque tecnologica incrementale (sostenibile, non disruttiva) in campo notarile? Esempi potrebbero essere il telefono, l’automobile, l’email, che sono state innovazioni incrementali (o sostenibili), che hanno consentito al notaio di estendere il proprio raggio di azione, di accelerare le comunicazioni, senza toccare la sostanza dell’attività professionale, né la composizione delle risorse umane impiegate nello studio.

Le fotocopiatrici e la macchina da scrivere, invece sono state innovazioni disruttive in quanto hanno eliminato la necessità per il notaio di avvalersi di amanuensi.  Anche la telematica con gli uffici pubblici dello stato ha avuto un impatto sociale, riducendo la necessità di fattorinaggio.

Difficilmente, vista la natura dei servizi professionali erogati, l’innovazione puramente tecnologica, può avere impatto significativo nell’attività notarile, come gli esempi sopra riportati confermano. Del resto l’innovazione meramente tecnologica, come si è visto, per definizione ha un impatto meno profondo dell’innovazione sociale e (soprattutto!) dell’innovazione tecnologica/sociale (come si è visto nel capitolo precedente).

B2) Se analizziamo l’innovazione sociale (e giuridica) in campo notarile, purtroppo, come già rilevato nel mio programma politico ai punti 2.8, 4.6 e 4.8 https://www.riccardogenghini.it/2013/03/27/cosa-possono-fare-i-notai-per-litalia/#, dobbiamo constatare che il notaio non è affatto innovatore: le più ardite interpretazioni notarili sono finalizzate a conservare, non ad innovare.  Per un’analisi critica dell’ermeneutica giuridica notarile, preferisco richiamare le sintetiche considerazioni del mio programma politico.  Qui basti una domanda retorica: che prospettive ha una libera professione (o una pubblica funzione) che nella sua propria materia non ha né l’istinto, né la propensione, né, tanto meno, la capacità di innovare? Appare difficile affermare che questa staticità sarebbe proprio il suo carattere distintivo e il suo punto di forza, soprattutto alla luce delle penose ristrettezze in cui versa oggi il notariato italiano.

Nella parte dedicata all’innovazione in generale, si è visto che l’innovazione sociale può avere esiti assai diversi e imprevedibili. Si è però anche visto che l’affermazione di alcuni principi giuridici (innanzitutto la proprietà e lo scambio sinallagmatico) e di determinati sistemi giuridici (innanzitutto la tribù, lo stato, lo ius commune, la lex mercatoria) è stata la premessa necessaria ineludibile, affinché numerose innovazioni tecnologiche e tecnologico/sociali, potessero essere concepite e potessero quindi affermarsi.

Orbene a me sembra che un notariato capace di innovare giuridicamente, senza andare a detrimento della certezza dei rapporti giuridici, potrebbe molto rapidamente acquisire una centralità nell’attuale panorama politico e giuridico. Un mondo globale che digitalizza i documenti, sicuramente ha bisogno di uno sforzo di analisi giuridica, per realizzare al meglio questa difficile migrazione. I temi su cui c’è forte bisogno di innovazione li ho sommariamente citati nel programma politico ai punti 4.3 e 4.6.  Qui proverei a specificare un poco meglio il punto 4.6 del mio programma politico:

4.6.1     Occorre smettere di teorizzare che ogni forma di inefficacia o di nullità costituisca illecito disciplinare, lo devono essere solo quelle che sono frutto di negligenza, stupidità, ignoranza e superficialità. Ma se le parti desiderano attuare accordi innovativi, il notaio deve essere al loro fianco nel dare loro forma e certezza. Quando gli effetti della nullità parziale o dell’inefficacia sono correttamente disciplinati nel contratto e sono previste delle soluzioni alternative al patto nullo/inefficace, proprio non riesco a vedere l’illecito deontologico.  Ciò vale in particolare con riferimento al patto di famiglia e ai vincoli di destinazione trascritti, che costituiscono una importante attenuazione del divieto dei patti successori e della tutela dei legittimari.

4.6.2     Occorre radicalmente cambiare atteggiamento rispetto al divieto di precostituzione di prova. Il notariato tedesco, che non ha tutti i mali e i problemi in cui ci dibattiamo noi in Italia, ha come funzione principale quella di (pre)costituire prove. Tutto ciò che ha come fine di produrre prove in giudizio è consentito al notaio tedesco. La materia è fumosa in Italia, perché sono in ballo non solo il principio del contraddittorio (diritto costituzionale fondamentale del cittadino), ma anche gli interessi (legittimi) dell’avvocatura. Certamente partendo da una lettura ultra-restrittiva del divieto di precostituzione di prove, si potrebbe arrivare ad una lettura ragionatamente permissiva: a tal fine occorre che sia chiarito bene in quali casi opera la piena prova di cui all’articolo 2700 c.c., in quali casi si ha solo principio di prova scritta e in quali una mera presunzione. Insomma il divieto di precostituzione di prove ha senso, solo se inteso nel senso di definire la linea di confine fra professione notarile e forense e la linea di confine fra attività di documentazione e raccolta di prove, dalla escussione di testi (riservata al giudice nel contraddittorio delle parti).

4.6.3     Occorre cambiare atteggiamento sul divieto di patto commissorio: esistono numerose figure affini, risalenti addirittura al diritto romano, che molti notai ignorano o non osano applicare. La Cassazione sul punto è meno restrittiva dei notai.

4.6.4     Occorre cambiare atteggiamento rispetto al tema del divieto per il notaio di ricevere atti ai quali sia interessato. Ovviamente il divieto deve rimanere! Ma in tutti i casi in cui entrambe le parti intendono conferire al notaio mandato remunerato di conservare somme, essere arbitro o arbitratore, mandatario, esecutore testamentario, ecc. ecc., dovrebbe essere evidente che il divieto non trova applicazione.   Questo tipo di incarichi, se ben eseguiti, certamente ridarebbero al notaio centralità sociale e politica in Italia e al cittadino offrirebbero (nuovi) servizi di garanzia per affrontare una serie di situazioni particolarmente complesse e rischiose!

4.6.5     In materia di diritto di prelazione e di opzione, si dovrebbe puntare ad una estensione della validità di questi patti ed argomentare a favore della loro efficacia reale o quanto meno a favore della loro opponibilità (sussistendo determinate condizioni): i paesi di civil law più avanzati si sono da tempo liberati da queste norme che avevano l’obbiettivo di porre fine alla manomorta. La manomorta non mi pare un problema giuridico di particolare attualità, oggi in Italia… Analogamente il notariato dovrebbe prendere posizione affinché altre norme anacronistiche (come il divieto di anatocismo) vengano lette in modo restrittivo/abrogativo;

4.6.6     In materia successoria, occorrerebbe elaborare una lettura del codice civile che consenta di attenuare la tutela dei legittimari. Siamo l’ultima nazione a conservare il principio napoleonico intatto: persino la Francia alcuni anni fa, ha ammesso i patti successori (art. 918 code civil, riformato dalla Loi 2006-728).

4.6.7     Occorrerebbe chiarire che il notaio che redige i verbali di organi collegiali, non può essere remunerato per complesse consulenze giuridiche, soprattutto se esiste una minoranza dissenziente, che quindi avrebbe ragione a non sentirsi adeguatamente tutelata dal notaio verbalizzante (ad esempio perché ha suggerito alla società come impedire alla minoranza di conseguire il proprio obbiettivo in assemblea).  Proprio al fine di evitare che il notaio si sottragga al divieto di imparzialità, continuo  a ritenere necessaria la motivazione delle omologhe societarie complesse (io motivo sempre!): come può essere che ci siano delegate delle funzioni giurisdizionali, senza obbligo di motivazione (principio costituzionale in materia di funzione giudicante)?

4.6.8     … suggerimenti per altre materie in cui si potrebbe sul piano ermeneutico ampliare l’autonomia negoziale degli italiani e rafforzare la figura del notaio come soggetto terzo garante imparziale ?

Leggendo questi primi sette punti, qualcuno si straccerà le vesti di dosso: “ecco! Si propone una lettura politica e tendenziosa della legge!”

Non occorre ricordarmi gli obbrobri delle vecchie dottrine dell’uso alternativo del diritto, che ho sempre criticato, anche quando andavano di moda. Quello che cerco di proporre è di leggere le norme alla luce della mutata realtà sociale:

  • il divieto della manomorta ha un senso fin quando l’80% del reddito è fondiario. Ma nel momento in cui oramai il 60% del reddito deriva dal lavoro, la manomorta diviene un fenomeno economicamente secondario e norme gli effetti collaterali delle norme proibitive, potrebbero di molto eccedere i supposti benefici;
  • Napoleone ha introdotto la tutela dei legittimari al fine di frammentare i patrimoni delle famiglie nobiliari egemoni del XIX secolo. Certo non intendeva costringere il proprietario di una prima casa (o di una piccola azienda) a dividerla necessariamente fra un figlio onesto lavoratore e uno che è nullafacente. Oggi quelle famiglie egemoni che detenevano sia il potere economico, sia quello politico nel XIX secolo, non esistono (quasi) più…

…et cetera…

Naturalmente non sarà possibile correggere tutte le storture, né l’interprete può abrogare la legge o ignorarne il chiaro testo. Tuttavia è noto che in Germania illustri giuristi come Jehring e Heck hanno studiato (già dall’inizio del XX secolo) il tema della contrapposizione degli interessi considerati delle norme di legge (Interessenjurisprudenz, Wertungsjurisprudenz e Begriffjurisprudenz) al fine di consentirne una lettura evolutiva, tutte le volte che sono radicalmente mutati o addirittura scomparsi gli interessi sottostanti a determinate norme o principi giuridici. Peraltro è proprio su questa base che si sono formati ed evoluti sia lo jus commune, sia la nuova lex mercatoria http://www.amazon.it/Lex-mercatoria-Francesco-Galgano/dp/8815134352/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1365582024&sr=1-1&keywords=lex+mercatoria.

Nulla di scandaloso, dunque, nulla di nuovo o rivoluzionario: occorre avere chiaro che se non si contribuisce come categoria sociale o professionale (= notariato) ad una dottrina giuridica del cambiamento sociale e del cambiamento tecnologico/sociale che sono in atto, ci si autoesclude da questi processi e si finisce persino, come sta accadendo, con il trovarsi sulla loro traiettoria e l’esserne travolti.  Degli autorevoli studi giuridici sui temi su indicati, sicuramente potrebbero cominciare a ridare vita al diritto ed agli scambi in ambito notarile.

Invece in cosa è consistita l’innovazione giuridica degli ultimi anni, in ambito notarile ?   Le innovazioni meramente giuridiche sono negli ultimi anni state quelle del legislatore che ha aumentato la responsabilità del notaio (urbanistica, conformità catastale, antiriciclaggio, 626, ecc.) e nel contempo ha eliminato le tariffe non negoziabili, creando un ibrido mostruoso che certamente evolverà, anche se non è ancora chiaro verso cosa.

Visto che noi notai non ci siamo mossi per un trentennio, si è mosso il legislatore… ora siamo sulla sua traiettoria. Istintivamente, cerchiamo di opporre resistenza, ottenendo l’effetto opposto, di aumentare l’impeto liberalizzatore.

Occorre rapidamente abbandonare l’illusione che i cambiamenti che si sono verificati sono frutto di un malinteso. L’Italia è molto cambiata negli ultimi 30 anni. La cultura dei notai no. È iniziato un processo di cambiamento sociale di cui i notai possono solo essere attori o vittime. Il tentativo di sterilizzare l’innovazione è (inevitabilmente) fallito!

B3) La più importante innovazione tecnologica/sociale, si sta verificando proprio in un ambito in cui i notai potrebbero essere presenti: la digitalizzazione dei documenti e dei processi legali.

Tuttavia la scelta politica seguita da 15 anni fino ad oggi, è quella di sterilizzare la più importante innovazione tecnologica/sociale degli ultimi 10.000 anni !  Immaginate con quali possibilità di successo… 5000 notai contro il resto del mondo…

La firma digitale e la digitalizzazione, nelle speranze della nostra leadership, sono una innovazione incrementale (non una innovazione disruttiva); su di noi, si spera, impatteranno poco o nulla. Solo vantaggi: non dobbiamo fare le file agli sportelli, non dobbiamo stampare gli atti e non li dobbiamo neanche più interlineare e conservare gli originali! Per il resto, tutto invariato… Gli organi istituzionali hanno persino coltivato l’illusione che si sarebbe riuscito a farne beneficiare tutti i notai in ugual modo, grazie all’idea di “erogare la digitalizzazione” tramite la Notartel (RUN, connettività, firma digitale, conservazione, piattaforma mutui-connect).

L’idea di fondo del CNN sarebbe di mantenere tutto com’è: ripartizione territoriale, modalità di stipula, ruolo del notaio. Tuttavia nel progetto politico del CNN vi è una nota stonata: il notaio nel 2011 viene espropriato del diritto di conservare gli originali digitali. Sarebbe bastato prevedere che il CNN ha una funzione (necessaria) di backup; eppure no. La scelta è di espropriare il notaio della conservazione degli originali: gli originali presso il CNN e nulla presso il notaio.

Da questa scelta normativa fortemente voluta dal CNN, emerge che la digitalizzazione, secondo il CNN, è destinata a rafforzare gli organi istituzionali, e a indebolire il singolo notaio, che ora cessa di essere interamente autosufficiente ed autogestito, all’interno del proprio studio. Per cui se il CNN per un verso cerca di sterilizzare la digitalizzazione, d’altra parte la usa (in modo socialmente disruttivo) per cambiare in modo radicale gli equilibri dentro la categoria, sancendo in modo (ahimè) irreversibile che il singolo notaio non è in grado di gestire la digitalizzazione, per cui necessita di una infrastruttura estranea al suo studio e attribuendo per legge al CNN una funzione fondamentale del notaio pubblico ufficiale.

Non mi è chiaro in base a quale ragionamento… Il CNN ha spinto affinché la legge sancisse questa insufficienza del singolo notaio, con la conseguenza che adesso il notaio “deve” essere insufficiente, con riferimento agli atti pubblici informatici.  Lo stesso approccio il CNN lo ha avuto con riferimento alla dematerializzazione dei documenti cartacei: nella commissione per la riforma del CAD ha propugnato con forza che il notaio si limitasse a certificare il processo di dematerializzazione e non il risultato. Una assurdità, visto che esistono appositi organismi per la certificazione della qualità e dei processi!

Se il CNN avesse considerato i reali interessi dei notai italiani, non si sarebbe battuto per norme che sottolineano l’inadeguatezza (tecnologica?) del notaio, non avrebbe fatto lobbying affinché invece che al notaio, gli originali informatici fossero affidati a Notartel (una mini-privatizzazione di funzioni notarili).  Se il CNN avesse voluto fare l’interesse dei notai italiani (e dell’Italia), avrebbe messo in condizione (tutti) i notai italiani (di buona volontà) di essere conservatori dei propri atti e di dematerializzare anche milioni di documenti giuridici.

Ma soprattutto, se fosse possibile che la digitalizzazione non turbi gli equilibri interni della categoria, come postula il CNN, allora non si speiega in alcun modo un simile travaso di competenze dal libero professionista notaio, all’ente pubblico CNN.

Dunque il CNN è in palese contraddizione: afferma che la firma digitale e la digitalizzazione non debbono/possono cambiare gli equilibri interni del notariato, ma li stravolge a proprio vantaggio facendo lobbying a favore di una espropriazione per  legge di un’altra importante funzione del notaio libero professionista, pubblico ufficiale: la conservazione dell’archivio degli originali notarili.

Sul piano tecnico e di processo era possibile lasciare ai singoli il dovere e il diritto di conservare i propri atti: non a caso il sistema di conservazione eWitness degli atti notarili è costruito al fine di lasciare che ciascun notaio sia il dominus assoluto dei suoi documenti informatici (pubblici e privati).

Qual’è la spiegazione di questa scelta espropriativa? Perché per “aiutare” il notaio gli si sottrae la conservazione degli originali, che è il nucleo originario più antico della funzione notarile ?

Credo che la risposta sia la seguente: in realtà (più di) qualcuno al CNN sa bene che non è possibile sterilizzare la digitalizzazione, se portata avanti dai singoli notai. Ma piuttosto che accettare competizione e innovazione fra liberi professionisti (pubblici ufficiali), si preferisce il trasferimento del maggior numero di competenze possibile in materia di digitalizzazione al CNN. Così, gestita in regime di monopolio assoluto, si potrebbero sterilizzare (almeno in parte) gli effetti sociali della digitalizzazione.

Da una parte nei convegni itineranti del CNN ci fanno vedere l’atto pubblico informatico come una procedura identica all’atto cartaceo solo senza carta, dall’altra gli organizzatori di tali eventi sanno che non è così, e cercano di togliere di mano ai singoli notai questo pericoloso strumento.

In questo modo il CNN ha inflitto un vulnus alla funzione pubblica del notaio libero professionista, ben più grave della sottrazione delle cessioni di quote e delle cancellazioni di ipoteca.  Si parla tanto di funzione pubblica del notaio, ma nei fatti sottrargli la conservazione degli originali ha conseguenze devastanti. Basta leggere gli articoli 2714 e 2715 del codice civile: che valore hanno le copie di atti pubblici e scritture private che il notaio non conserva?  Non si cerchi di eludere la domanda, dicendo che la legge consente che il notaio conservi personalmente… a mani del CNN. Il CNN ha voluto una norma che dice che gli originali notarili DEBBONO essere conservati FUORI dello studio del notaio! E ce l’hanno venduta come una grande vittoria politica della categoria! Ma c’è del metodo in questa follia…

Il singolo notaio come conservatore e certificatore dei dati digitali può assumere oggi una importanza nazionale (e anche internazionale) che nessuno notaio “industriale” o “accaparratore” si sarebbe mai potuto sognare di avere!  Responsabile e garante del sistema nervoso centrale delle aziende grandi e piccole, non solo italiane, non solo in Italia…  Le istituzioni notarili hanno cercato con ogni mezzo di evitare questa innovazione sociale della digitalizzazione nel campo della funzione notarile.

Dunque si affida la conservazione al CNN sperando che i notai non si curino di fare gli archivisti digitali. Si suggerisce loro che è più difficile e più pericoloso che conservare atti pubblici cartacei interlineati e fascicolati in un armadio.

Ma è una politica suicida, come i fatti stanno a dimostrare. In questo modo non si impedisce che la digitalizzazione trasformi la società e il diritto; semplicemente si esclude il notaio da questo processo innovativo. Certo le Assicurazioni Generali o la FIAT non affideranno i loro documenti digitali ad una società di servizi del parastato… e neppure ai notai, la cui ignoranza informatica è oramai conclamata dal legislatore!   Insomma la politica sterilizzatrice del CNN ha conseguito due risultati: a) ha sancito sul piano legislativo che il notaio é incompetente a conservare originali digitali e a gestire in modo autonomo il suo studio (equivale ad una legge che obbligasse i medici a non avere in studio apparecchi radiologici o per le analisi istologiche); b) dopo averci screditato come professionisti pubblici ufficiali e dopo averci sottratto la più antica e più centrale funzione pubblica a noi affidata (si badi, proprio in nome della funzione pubblica!!!), ci sta spingendo fuori da un settore dei servizi professionali e legali che vale almeno una volta e mezza il totale degli onorari professionali che i notai d’Italia fattura.

La verità è che la digitalizzazione è la principale novità in campo notarile degli ultimi 1000 anni. È una novità tecnologica/sociale dall’impatto vasto ed incontrollabile, che si estende ben al di là dell’ambito notarile.  Avrebbe potuto essere (speriamo, sarà) un’opportunità epocale per il notariato non solo italiano ! Se solo non la si fosse voluta sterilizzare…

La crisi in cui versa oggi il notariato è la conseguenza del tentativo di sterilizzare gli effetti sociali dell’innovazione tecnologica/sociale.  Non è il frutto dell’insipienza del legislatore e neppure dell’attacco di altre categorie professionali o lobby.

In conseguenza di queste scelte politiche, i notai sono visti come arretrati, deboli, incapaci di innovare. In un momento come questo, i notai sono una categoria alla quale si può sottrarre qualcosa, senza correre rischi politici eccessivi… perché in fondo il notariato ha dimostrato non volere la digitalizzazione!

Alla stessa stregua del PCUS, il CNN ha cercato di creare una nuova industria, senza però volere gli industriali… Con eguale successo: una casta di dotti burocrati ha assunto la paternità e la maternità della digitalizzazione notarile; di una digitalizzazione inutile, effimera, sterile.  Che è rimasta arretrata (e timorosa) nelle tecnologie e negli obbiettivi. Pur di fare vedere che non siamo rimasti indietro, si incoraggia i notai ad usare la firma digitale, senza disporre dei mezzi tecnici che occorrerebbero per mettere in sicurezza la funzione pubblica del notaio quando utilizza il digitale (come nelle fabbriche dell’URSS, dove si produceva, sprezzanti di ogni rischio) ed inoltre espropriandolo del diritto di conservare gli originali informatici.  Curiosamente, è molto più pericoloso e difficile firmare un atto informatico su un PC, ma il notaio può (anzi deve) farlo. Mentre la conservazione di tale atto che è attività più semplice e  meno rischiosa, il CNN l’ha sottratta ai singoli notai.  Proprio non si capisce la logica, neppure da questo punto di vista… ma i notai sono così ignoranti di tecnologie che subiscono tutto ciò, senza battere ciglio.

Il paragone con il PCUS, purtroppo, non è una battuta polemica: le somiglianze sono strutturali e non casuali.

1)     Entrambi (CNN e PCUS) cerca(va)no di dimostrare vero, un assioma non vero o, comunque, smentito dalla storia: che il principio dell’uguaglianza (e di giustizia) sia più importante del principio di libertà. I notai non sono funzionari ministeriali, ma liberi professionisti cui lo stato ha affidato una pubblica funzione!

2)     Entrambi demonizza(va)no la libera iniziativa come un male incompatibile, con un sistema in cui le uniche decisioni valide erano quelle collettive e l’interesse individuale non ha alcuna legittimazione, solo gli interessi collettivi.

3)     Entrambi sono prigionieri della conseguente incapacità di migliorare o anche solo mitigare la congiuntura economica.

Ne consegue che, coerentemente, sia il PCUS sia il CNN hanno attuato politiche che per evitare il rischio che qualcuno “crescesse troppo”, hanno depresso i rispettivi sistemi economici, affogandoli in una serie di regole che rendono impossibile innovare, crescere, migliorare.  Grosso modo è una strategia in tre fasi, circolari:

a)     prima si crea un assioma etico: chi ha/fa di più certamente sta violando le regole e probabilmente è una persona moralmente disonesta, se non addirittura malefica. E tanto per essere sicuri che l’assioma etico funzioni, si creano delle regole, per cui è effettivamente impossibile crescere;

b)     poi si maschera l’incapacità del sistema di crescere, dietro slogan propagandistici: nel caso del PCUS sul miracolo della crescita sociale dell’URSS, della giustizia sociale, della straordinaria armata rossa che avrebbe difeso l’URSS dai nemici esterni, dei complotti dei nemici per indebolire ed impoverire l’URSS ; nel caso del notariato la promessa di convincere il governo in carica di dovere riservare nuove competenze ai notai, di difenderci dagli attacchi di corporazioni a noi ostili, e la favole della ricchezza della nostra cassa, delle nostre pensioni e dell’aiuto che la cassa (retta ancora dal principio della mutualità comunista) eroga ai notai in difficoltà (sia pure in modo sempre più irrazionalmente selettivo);

c)     infine si dedica grande attenzione alla equa distribuzione sociale dei redditi disponibili: visto che non si sa come crescere, occorre distribuire equamente quello che c’è (e impedire a chicchessia di crescere, perché ciò vanificherebbe il tentativo di equalizzare i redditi, ma soprattutto dimostrerebbe la fallacia dell’assunto che non si può crescere. E si rafforza così il punto “a)” di cui sopra).

Così si crea un sistema perfettamente circolare: se si accettano i suoi assiomi, tutto il resto è conseguenziale. Si finisce coll’essere sempre più contrari all’innovazione, alla competizione (anche lecita), si diviene timorosi di ricevere una fetta (troppo) piccola della torta, si guarda con sospetto ad ogni cosa che non sia chiaramente normata. Soprattutto si diviene vaccinati contro il pensiero di coloro che non accettano gli assiomi: perché quelli che non accettano gli assiomi del sistema circolare autoreferenziale, sono i cattivi, gli accaparratori, i traditori che hanno messo in crisi il delicato equilibrio della funzione pubblica notarile.  Sono i nemici interni ed esterni.

Ma non sono stati i nemici del notariato a mettere in ginocchio il notariato, è stata una leadership incapace e incompetente; così non sono i meriti del capitalismo ad avere ucciso il comunismo, quanto i demeriti di quest’ultimo.

L’equilibrio interno del notariato si è rotto per tre ragioni concorrenti:

1)     la crisi dello stato sociale occidentale

2)     la digitalizzazione

3)     la globalizzazione

Se il notariato si fosse erto (rispettando il proprio motto) ad ancora della fiducia degli italiani, in questa fase di crisi e di transizione, il notariato avrebbe visto crescere il proprio prestigio sociale e, probabilmente anche i propri ricavi.

Invece ha ignorato (e forse anche avversato) l’innovazione, per cui ora ne diviene una delle vittime.

Le innovazioni tecnologiche/sociali esigono che si paghi un prezzo. Sterilizzare quel prezzo sociale, vuol dire non riuscire ad innovare! Noi notai finora abbiamo cercato di non pagare il prezzo sociale del cambiamento in atto. Per questo la digitalizzazione per (quasi) tutti i notai italiani è solo stata fonte di nuova complessità e di nuovi costi, senza neanche la speranza che possa tradursi un una nuova opportunità professionale (come i sacrifici richiesti ai russi dai piani quinquennali e la soffocante burocrazia sovietica).

Esistono, tuttavia, in Italia alcune decine di notai che hanno seguito l’approccio di accettare il rischio insito nella (vera) innovazione. Fra i loro ricavi professionali oggi vi sono servizi nuovi, che nessun’altro notaio eroga.

Occorre non dare ascolto a coloro (foss’anche il legislatore in persona, o il CNN) che cercano di convincerci che non siamo capaci, non siamo ancora maturi, che senza che la mamma ci tenga per mano corriamo il rischio di farci male…

Perché sarà pur vero che innovando si corre il rischio di correre troppo e cadere.  Non sono cose facili o banali.

Ma l’alternativa è la certezza di un declino, che oramai non è neppure più lento!

(*)

La letteratura sulle conseguenze economiche, politiche e legali dell’innovazione è sterminata.

Oltre i testi citati, un altro caposaldo della letteratura su innovazione e società è:

Benjamin Friedmann, The moral consequences of economic growth: http://www.amazon.it/Consequences-Economic-Growth-Vintage-ebook/dp/B00486U8JU/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1365583386&sr=1-1&keywords=the+moral+consequences+of+growth

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