Posts by riccardogenghini

Umani, diritto & tecnologie: le nuove sfide

Posted by on Lug 24, 2019 in Digital Agreement, Filosofia | 0 comments

Umani, diritto & tecnologie: le nuove sfide

Convegno annuale 2019 del Circolo dei Giuristi Telematici

Camera dei Deputati, Palazzo San Macuto, Roma – 21 giugno 2019,

Discorso di saluto del Presidente di ANORC

In un convegno con temi così di frontiera, non si apre, concludendo, nè proponendo obbiettivi o suggerendo metodologie.

I temi di questo convegno sono di assoluto rilievo, come anche la formula adottata: un set di 5 relazioni introduttive, seguite da un dibattito.

Il luogo significativo e suggestivo luogo in cui la riflessione si trasforma in norma.

Il futuro ha radici antiche

Noi giuristi telematici eravamo attratti dal diritto del futuro e ci ritroviamo a ridiscutere temi giuridici dibattuti non già solo prima della rivoluzione francese, ma anzi nella preistoria del diritto, ai tempi della tradizione orale.

Non sappiamo cosa sia un’identità digitale, il domicilio digitale, che sono un po’ il presupposto perché i diritti possano essere attribuiti e attuati… come se non bastasse, AI e robot stravolgeranno il concetto di persona…

Non ci aiuta l’etica, perché quando i diritti presupponevano la conformanza a dei canoni etici, ciò ha consentito la negazione di tali diritti a chi non era battezzato (o praticante una diversa religione), fino alla sua riduzione in schiavitù.

Non ci aiuta la dogmatica giuridica tradizionale: p.e. come fondare diritti assoluti in un mondo costruito sulle licenze?… è immediata la nostalgia per i muri a secco che delimitano e proteggono i nostri spazi esistenziali.

Non ci aiuta la filosofia del diritto, divisa fra la scuola di pensiero italiana di Natalino Irti e il nikilismo giuridico di John Rawls

Non ci aiuta il diritto naturale, perché nel mondo digitale tutto è artificiale

… un polo nord giuridico…

Insomma le bussole che noi giuristi utilizziamo per non perderci nel labirinto delle regole e dei principi giuridici, sono tutte impazzite in questo che a volte sembra essere una sorta di polo nord giuridico, a volte una incredibile macchina del tempo

Siamo dunque chiamati a uno sforzo nuovo e particolarmente arduo: trovare la sintesi fra Carnelutti e Giulio Verne, Galgano e Asimov.

A volte ci aiutano millenni di giurisprudenza, come nel caso della responsabilità civile e penale del proprietario della schiavo, che possono essere il punto di partenza di alcune riflessioni in materia di AI e di robotica

Ma altre volte ci tocca ripartire da zero, come in materia di persona (che nel mondo informatico oggi è una fictio juris) e di domicilio che si è così ridotto, da essere poco più (o molto meno) dell’habeas corpus.

Evitare un futuro distopico

Sembra una missione impossibile. Perché comunque ci imbarchiamo in essa? La risposta è ovvia: perché l’alternativa è un mondo distopico. Quello dei film di fantascienza, in cui tutto il potere e la ricchezza sono concentrati in poche mani, e la ricerca della felicità e della libertà individuale non è più neppure un’ipotesi.

Schiavitù, feudalesimo non furono delle aberrazioni. Esse furono le migliori soluzioni che noi umani abbiamo saputo trovare ai problemi della scarsità delle risorse e della necessità di una organizzazione sociale stabile.

Erodoto Polibio  (poi Machiavelli) hanno teorizzato l’anaciclosi e dunque postulato che la circolare evoluzione e involuzione delle forme di governo Monarchia; Tirannia; Aristocrazia; Oligarchia; Democrazia; Oclocrazia.

Questo il mio augurio di buon lavoro: che questo evento possa costituire un tassello di un mosaico di discussioni e riflessioni, come quello dei Federalist Papers, che hanno nel 1788 proposto dei modelli concettuali fondanti delle nostre democrazie pluralistiche, (i c.d. “checks and balances”) e politici (democrazia e federalismo) che hanno contribuito a rendere sempre più dominante un sistema di regole certe ed inclusive, che hanno portato quasi all’estinzione di tre delle sei forme di governo: monarchia (assoluta), aristocrazia, tirannia che, ove esistenti, caratterizzano stati poveri o, nella migliore delle ipotesi in via di sviluppo…

La telematica e la tecnologia rischiano di rendere oligarchia e oclocrazia dominanti sulla democrazia (si guardi alla Cina, che produce il 50% delle tecnologie informatiche e già dispone di estesi sistemi di classificazione e controllo premiale dei cittadini).

A noi spetta di riflettere sulle categorie fondanti di un mondo tecnologico che sia capace non solo di restare democratico, ma anche di sconfiggere oligarchia e populismo.  BUON LAVORO!

Riccardo Genghini, Presidente ANORC

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E’ Natale: celebriamo l’Amore e la Fede

Posted by on Dic 23, 2018 in Filosofia | 1 comment

Il Vangelo di Luca sulla Natività ci dice alcune cose: che il Natale è la festa della riunione e della fede.  Così da secoli noi cristiani (anche i non credenti) ci riuniamo in Famiglia per il Natale.
Ma se fosse solo una riunione familiare, sarebbe come un compleanno o un’altra ricorrenza familiare.  Non è così, e tutti lo sentiamo. TUTTI.

Per le Sacre Scritture è fin troppo evidente perché sia la festa della fede: la venuta del messia liberatore era stata profetizzata (Giudici 13,3; Isaia 7,14) come segno del Signore della fine dell’oppressione. E l’oppressione nell’Antico Testamento è (tranne nell’Esodo 1,8) una punizione del Signore per i peccati e la mancanza di fede del popolo eletto (Giudici 13,1; Isaia 5,25).

Io vorrei stasera cercare di percorrere alcune vie meno frequentate in cui la speranzIMG_2213a si nasconde fra le righe dei Vangeli, non come un antidoto alla collera del Signore, ma come la linfa delle nostre azioni quotidiane.   La fede è il credere trascendentale, la speranza assoluta, senza contropartite e senza un termine.  La fede è l’amore dell’assoluto, dell’infinito, dell’eterno.   È la stessa emozione dell’amore, ma senza un oggetto e senza un soggetto.
La fede si distingue dalla superstizione e dal fanatismo quando si riferisce a valori universalmente condivisi e dunque alla verità e non all’illusione.

FEDE/SPERANZASchermata 2013-12-24 alle 18.35.55

Matteo 1,18    Nel Deutèronòmio, che è il libro dell’Antico Testamento in cui Mosè dopo la rivelazione dei dieci comandamenti sul monte Sinai (Esodo 20,1), dopo che gli Israeliti si erano abbandonati al peccato ed alla blasfemìa (Esodo 32,1) per cui Mosè spezza le tavole della legge (Esodo 32,15), per la seconda volta rivela agli Israeliti le leggi che essi dovranno rispettare in Terra Santa (Deuteronomio 5,1 – 28,68) e le sanzioni per i trasgressori. Per l’adulterio (Deuteronomio 22,23 e 24,1) la legge punisce l’adultera con il ripudio e, se il ripudio avviene pubblicamente, con la lapidazione.   I fidanzati erano parificati ai coniugi (Esodo 22,15). Dunque Maria, la Madre di Gesù di fronte a Giuseppe, è la più misera delle donne. Giuseppe se la avesse rinnegata in pubblico, la avrebbe esposta alla morte per lapidazione; per questo egli intende farlo in segreto (Matteo 1,19), senza denunziarla di fronte a tutti.  Ma egli ha fede (Matteo 1,20).   Gesù nasce per un atto di amore di fede purissimi: per avere creduto nella verità, quando si presenta come impossibile.  Giuseppe, che dovrebbe ritenersi tradito da Maria non vacilla nel suo Amore (che dunque è fede) e diviene così il Padre del Salvatore.

Comprendiamo così forse meglio le parole che Gesù pronuncia con riguardo alla adultera (Giovanni 8,3) e perché si sospetti che la peccatrice che Gesù perdona (Luca 7,44)  sia Maria Maddalena.  E perché Maria Maddalena sia (Matteo 27,56) al fianco della Madonna ad assistere alla passione di Cristo e una delle donne che scopre la sua risurrezione (Luca 24,10).

Gesù giace in una mangiatoia: una cassa di legno rettangolare che richiama già oggi, alla vigilia della Sua nascita l’immagine del suo sacrificio per noi: egli porta la speranza a coloro che, come Pietro, senza saperlo e senza volerlo lo tradiranno. (Matteo 26,34).   Gli ortodossi ancora rappresentano il giaciglio di Gesù Bambino come una bara.  La speranza non illusoria ha sempre presente la fine.   Non è un caso che i re magi (gli uomini sapienti) siano inviati da Erode, che intendeva uccidere il Messia (Matteo 2,7).  Non è un caso che uno di essi come dono recasse la mirra, che era un unguento per imbalsamare i morti.   L’annuncio della morte incombe sul Natale.

Ma in cosa consiste la speranza quando si preannuncia un sacrificio così orribile?  Nella verità. Che i bambini, che sono la potenza assoluta del divenire, sono inarrestabili come la collera divina, come l’inesorabile trascorrere del tempo.  Nella verità, che solo essi ci possono rendere migliori, facendo praticare a noi genitori quotidianamente l’amore che Gesù predicava: quello incondizionato, senza contropartite.  Probabilmente l’emozione della nascita del nostro primo/a figlio/a si avvicina molto all’estasi ed alla adorazione degli uomini sapienti di fronte al Bambin Gesù (Matteo 2,11): essi benché giunti a Betlemme per compiere una importante missione per Erode, trasformati dall’evento, decisero di “prendere un’altra strada” e di non dare corso ai loro impegni verso Erode (Matteo 2,12).   Riflettendo, ci si rende conto che l’emozione che proviamo alla nascita dei nostri figli è figlia del Natale e non viceversa.   Esisteva un tempo, neanche troppo lontano, dove la nascita di un figlio era vista come un fatto puramente biologico.Schermata 2013-12-24 alle 19.01.37

Dunque il Natale ci fa vedere che la speranza mal riposta, il credere in valori (magari “giusti”, ma) effimeri, il porsi obbiettivi materiali o di breve perioso,  ci condanna alla rassegnazione e ci induce a non cambiare nulla, mai. Peggio: ci condanna a credere in un cambiamento che non verrà mai o perché impossibile, o perché noi stessi inconsapevolmente ne rendiamo impossibile la realizzazione.  La speranza è una virtù, a condizione che non divenga un alibi per non vedere che si vive male.

Solo la speranza ben riposta è fede. Altrimenti è superstizione o stupidità.

Se Giuseppe avesse giudicato Maria (Matteo 7,1; Luca 6,37-42), il Salvatore non sarebbe nato.

Questo spiega il senso vero delle parole del discorso della Montagna (Matteo 7,1): giudicare è antitetico a sperare.  Un giudizio è la fine della speranza.   Eppure, si è detto, occorre anche sapere smettere di sperare, talvolta. E ciò richiede giudizio.   Un circolo vizioso che la condizione umana sembra condannato a non sapere spezzare.   Chi ha giudizio non può avere fede? Chi ha fede non può avere giudizio? Occorre sempre una rivelazione per fare la cosa giusta? Mosè (Esodo 3,2), Isaia (6,1), Maria (Luca 1,26-38), Giuseppe (Matteo 1,20), i Re Magi (Matteo 2,12), tutti hanno una apparizione che svela loro la verità. Siamo condannati a non ascoltare la nostra voce interiore e a dipendere da una rivelazione “data”?

No, non è così.  È proprio Gesù che ci insegna ad ascoltare la nostra voce interiore.  Gesù non ha apparizioni, Egli nasce, Egli è.  Egli ci mostra che per sentire Dio occorre vivere sentendo la missione di essere per gli altri, accettandone il peso e anche la cieca ingratitudine. Bisogna però avere un occhio sempre attento agli altri, una sorta di Antenna per le esigenze altrui.
Occorre volere ascoltare anche (soprattutto) i silenzi, fra le parole, in cui si annida il senso delle cose non dette, delle cose non capite, delle cose inesprimibili.

RIUNIONE/ECCLESIA

È proprio il riunirsi, l’ecclesia l’unica via praticabile quotidianamente per superare l’antinomia fra giudizio e fede.  Il coro, la società.  Gesù ci insegna che  non è  sufficiente ascoltare il coro, ma occorre vivere in modo da esserne ascoltati. L’ecclesia è come il violoncello per il violoncellista: è uno strumento che occorre sapere ascoltare e suonare; suonare e ascoltare.  In un processo costantemente dinamico, in cui la fine è sempre l’inizio.

Ed è questa la seconda componente della festa del Natale: il riunirsi ASSIEME. Nell’ecclesia.

Ma se ci si riunisse in silenzio, senza far suonare il violoncello e senza ascoltarlo suonare, l’antinomia fra fede e giudizio non potrebbe essere mai superata.    Gesù non predica solamente, egli ascolta.    I nostri figli non solo imparano da noi, ma ci insegnano e ci trasformano.   E, forse, i bravi genitori sono trasformati dai figli più di quanto essi non li educhino.

Ecco, la fede è proprio questo dialogo disuguale, dove chi ascolta per (sapere) ascoltare deve (sapere) parlare; dove chi non ha esperienza, ha però la forza di trasfigurare; chi è debole, in realtà è invincibile; chi insegna, in realtà impara; chi plasma, in realtà è plasmato.

Nessuna metafora che ho ascoltato rende meglio l’idea del Natale della novena che nel 2003 ho ascoltato essere raccontata agli scolari in chiesa prima dell’inizio delle lezioni, una mattina ancora buia nel solstizio d’inverno, e il cui senso spero di riuscire a rendere.

Schermata 2013-12-24 alle 18.32.56<<In un condominio di Milano vivevano tante famiglie, tutte indaffarate a preparare il Natale. Ma in realtà tutti erano così indaffarati da non avere il tempo per sentire e capire il Natale.  Come capita in tutte le famiglie gli abitanti di quel condominio comunque trovavano comunque il tempo di guardare un poco di televisione.  Chi il telegiornale, chi “Beautiful”, chi un film. 

Sul tetto di quel condominio stava una Antenna Televisiva che di tutto ciò si rendeva conto.  Una antenna è li, fra cielo e terra, per ricevere informazioni e per trasmetterle alle televisioni.  Ma nessuno dei programmi che lei riceveva e trasmetteva aiutava quelle persone a trovare lo spirito perduto del Natale.  E così decise che doveva fare qualcosa.

Al primo piano abitava una coppia di sposini, mentre su al terzo c’era una anziana signora sola.

L’antenna decide di interrompere il programma che gli sposini stavano guardando per mostrare l’immagine della signora, anche lei sola davanti alla televisione.  Ogni tanto sospirava: guardava un reality show, in cui la gente che si era persa, ritrovava gli amici, i genitori.

“Ma guarda, che tenera la signora”.
“Sembrava invece così arcigna!”
“Ma tu hai mai visto qualcuno che la andava a trovare?”
“Si: altre persone anziane, quasi tutte donne”
“Ma avrà dei figli?”
“Non lo so, perché non glielo andiamo a chiedere?”
“Ma dai, si! Anzi, poi invitiamola a prendere il the da noi di tanto in tanto”
“Senti, ma tu quando hai chiamato l’ultima volta Papà e Mamma?”
“Cielo! Una vita fa!  Dai, adesso chiamiamo anche loro, sai come saranno contenti!”

L’Antenna era stanca, ma felice e decise di riprendere la sua missione  il giorno dopo.

 Il giorno dopo l’Antenna, con uno sforzo terribile (non si era ancora ripresa dal giorno precedente) interrompe le trasmissioni di una giovane studentessa del secondo piano, mostrandole le immagini di un ragazzo calabrese che stava in un sottotetto e che oltre a studiare, per mantenersi agli studi, lavorava.  In pratica non c’era mai e, quando c’era, studiava o dormiva.   La studentessa lo vede tornare la sera dal lavoro, mangiare un poco e mettersi subito a studiare.  Si rende conto della sua solitudine e della grande fatica.  Ma anche della paura di chi è solo e lotta allo stremo delle sue forze.
Decide di parlargli la prima volta che lo incontra per le scale, di invitarlo a cena.  Anzi di cucinare un poco di più per sé, e di fargli così trovare pronto qualcosa di buono, di tanto in tanto.
L’antenna era stanchissima ma felice: sentiva che tutto questo le piaceva di più che trasmettere le solite cose. E così benché stanchissima era determinatissima a continuare il proprio lavoro il giorno dopo.

Una sera, mentre i bambini della famiglia ricca dell’ultimo piano, con l’appartamento più grande, con il terrazzo e tanti giocattoli, stavano guardando un cartone animato, l’Antenna si concentra, e facendo un incredibile sforzo (una antenna non è costruita per fare certe cose!) interrompe il loro programma e, dopo un poco di buio sullo schermo (era proprio stanchissima, la povera Antenna!), fa vedere loro le immagini del monolocale del portiere dello stabile, in cui giocavano i due figli del portiere.
Prima i bambini dell’ultimo piano volevano protestare, ma poi si rendono conto del prodigio.  Riconoscono i figli del portiere.
“Ma guarda  stanno giocando con i giocattoli rotti che abbiamo buttato via la settimana scorsa!”. “Si, `de vero, forse il loro babbo li ha raccolti dalla spazzatura”.
“Ma guarda, sono simpatici!”.
“Ma lo sai che non mi ero mai reso conto di come fossero simpatici? Sempre vestiti così male, mi mettevano tristezza!”
“Ma perché non andiamo a giocare con loro?”
“Si dai, anzi facciamo così: dopo avere aperto i giocattoli nuovi sotto l’albero, andiamo giù da loro e giochiamo insieme a loro con i nuovi giochi!”.
L’Antenna fa sparire le immagini del monolocale del portiere.  Era affranta. Spossata. Ma felice: aveva portato lo spirito del Natale  nel suo condominio, ed ora tutti erano più felici, perché avevano scoperto nuovi interlocutori con cui condividere la lieta novella.>>

Schermata 2013-12-24 alle 18.59.45Ed infatti il Vangelo ci mostra chiaramente che il Natale è una festa corale, all’opposto della Pasqua che ci sprofonda nella solitudine dell’abisso della nostra insufficienza.  E questa coralità ci invita all’azione.

Il Natale è la festa dei Pastori che si comunicano la lieta novella, che ascoltano e cantano.  I loro canti le loro parole ripercorrono la notte della vigilia come uno sterminato coro polifonico, estendendosi fino ai confini del mondo (Luca 2,15-16).  Parole dette ascoltando.  E’ dunque la festa in cui prima dobbiamo parlarci di speranza e poi lodare il Signore.  Ed è la festa il cui dobbiamo rivedere i nostri giudizi.  Di qui i doni, anche quelli dei Re Magi (Matteo 2,11).

Il Natale è il giorno in cui trionfa il Vangelo sul Vecchio Testamento.  In effetti Gesù sovverte alcune regole fondamentali del Vecchio Testamento, ad iniziare con il discorso della montagna (Matteo 5,1).   Egli, nella comunità umana, ascolta la sua voce interiore e ascolta Dio nelle sue azioni.   Egli agisce, Egli non sta fermo.   Egli raccoglie intorno a se la gente ed, ascoltandola, parla loro.   Egli ci trasforma ed è trasformato.  Egli ci dona il suo messaggio di amore.  E così noi, non dobbiamo farci condizionare da nulla e da nessuno, quando sentiamo l’urgenza del nostro amore per gli altri.

Gesù ha camminato fra noi. Ci ha trasformato ed ha portato la nostra croce.  Forse per questo noi Cristiani abbiamo accettato l’amore come unica fede: per la forza incredibile di questo gesto; per la sua inevitabilità (quando gli essere umani incontrano gli dei, spesso è tragedia).  Così noi Cristiani per primi abbiamo abolito la schiavitù, pagando un prezzo altissimo (la povertà per quasi mille anni fino al Rinascimento, la durata della vita ridotta di un terzo, la popolazione dimezzata). Lentamente ed inesorabilmente, abbiamo creato un nuovo mondo e una nuova società (ingiusta, imperfetta, contraddittoria, caotica, … ma …),  fondata sul dogma dell’amore per gli altri e dell’uguale valore di tutte le persone.   Fondata sull’esperienza vissuta nei secoli, della disponibilità al sacrificio per gli altri, al sacrificio d’amore.

Persino marxismo, non è che il tentativo di affidare a dei burocrati di partito, la realizzazione in terra dei principi del Vangelo. Invece di riconoscere che la perfezione non è di questo mondo, e di confidare comunque nella nostra voce interiore, il comunismo cerca di creare un modello sociale in cui si è costretti ad “agire bene”, senza egoismi e senza “sfruttare” i più deboli: la collettivizzazione dei mezzi di produzione e dell’etica cercano di surrogare l’amore per gli altri, trasformandolo da un impeto individuale, in un dovere collettivo.

Nessuno di noi è degno dell’amore che riceve, ma neppure dell’amore che porta, eppure non possiamo fare altro che amare, se vogliamo vivere davvero.  Signore non son degno, ma dì una sola parola ed io sarò salvato: una sola parola “Amore”. Benché spesso le nostre condotte sono lontane dalla prassi dell’amore per gli altri (a causa delle nostre debolezze e delle nostre imperfezioni), ciononostante ognuno di noi è fecondato dall’idea di questo amore assoluto, che quasi tutti, almeno una volta proviamo:
… la nascita di una Figlia o di un Figlio
… uno sguardo grato      ,
Ma l’amore non è idillio.  L’amore è un percorso in salita, è una complicazione, è una deviazione (dal percorso più breve).

Schermata 2013-12-24 alle 18.35.26L’amore non è un’autostrada, bensì un sentiero di montagna.
Alcuni pensano che i traumi e le sofferenze vissute, siano la causa della propria indifferenza e della propria incapacità di amare il prossimo.
È invece vero che il nostro amore ha le proprie radici nella sofferenza del nascere (e del partorire), nella solitudine improvvisa fuori del grembo materno, nello smarrimento di fronte ad una realtà che muta e ci sfugge continuamente, in cui ci sorprendiamo talvolta improvvisamente soli. L’amore umano è prigioniero della costrizione del nostro corpo finito. Il nostro amore genera bisogni, dipendenza, paura… Ecco perché dovrebbe essere più facile amare chi non ci vuole bene: perché è un amore senza aspettative. È un amore più simile all’amore divino.

Quando ci sentiamo odiati, di solito, non siamo capiti.  Come Gesù non era compreso dai suoi carnefici, benché fosse senza peccato. Fu per odio? Fu per paura? Fu per interesse o per politica? Fatto sta che fu crocifisso.
È un dettaglio insignificante, se siamo odiati per il bene o per il male che facciamo. Poco importa se i persecutori sono in buona o cattiva fede. Il Vangelo ci insegna che non occorre sbagliare per essere perseguitati ed odiati. Gesù è perseguitato perché egli afferma di essere quello che è. Il Vangelo ci insegna a non rinnegare ciò che siamo (cosa ben diversa dalle idee in cui crediamo!). Non sono i riti, i princìpi e le regole che ci mostrano la verità, ma l’accettazione profonda del proprio essere (imperfetto) e dell’essere (imperfetto) altrui. Il senso della vita non è nel sapersi adattare in modo da essere accettati dagli altri. Non è fingere di essere migliori di quello che si è, nascondendosi dietro regole e procedure socialmente accettate. Rinnegando il nostro essere (imperfetto), mascherandolo, finiamo con il perdere la capacità d’amare (anzi, probabilmente, alimentiamo in noi un sordo e insensibile odio per gli altri, di cui siamo ostaggio). Non è, dunque, fuggendo il dolore e il conflitto, che creiamo le condizioni migliori per vivere l’amore. Infatti, l’amore è la casa in cui si rifugia il nostro spirito, quando è sofferente.  Negarsi la possibilità di amare gli altri, anche quelli che ci feriscono, significa privare l’anima del proprio rifugio. Ecco perchè Cristo ha vissuto ed è morto, appunto, amandoci sempre.

Mi sono sempre chiesto come conciliare con la vita di tutti giorni questi alti propositi. Esiste un esito diverso dalla passione, per coloro che hanno fede? Come superare nella nostra vita la Legge del Taglione (Matteo 5,38; Levitico 24,20). La risposta è sorprendentemente semplice: celebrare i riti della fede e dell’amore, con costanza e con dedizione.  E nella celebrazione dei riti familiari e religiosi, ricordarsi di coloro che non ci comprendono e perdonarli, chiedendo perdono per i nostri errori.   Come facciamo oggi, tutti riuniti assieme, in Famiglia.
La vita é meravigliosa !

Buon Natale

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Atto notarile telematico: si può (anzi si deve)!

Posted by on Dic 5, 2017 in Digital Agreement | 0 comments

Il 2 dicembre 2017 ho tenuto a Ragusa al Convegno organizzato dal Consiglio Notarile Distrettuale una relazione dal titolo “Atto pubblico e scrittura privata informatici”, in cui dimostro come oggi sia possibile stipulare atti notarili telematici, nel pieno rispetto della legge notarile.

Genghini 2017-12-02RagusaNuoveFrontiereDelNotariato

Non solo la nel 2014 Corte Suprema degli Stati uniti ha riconosciuto che uno smartphone debba essere considerato quasi come parte della persona fisica, dal punto di vista dell’habeas corpus nel caso  Riley vs. California, ma anche il Consiglio Notarile di Milano nel 2016 ha deliberato che per i malati di SLA il computer con puntatore ottico costituisca il loro “naturale” modo di manifestare la propria volontà, per cui secondo l’orientamento ispettivo del Consiglio Notarile di Milano n. 6 del 14 giugno 2016 non occorre la presenza dell’interprete e dei testimoni alla stiupula di un atto di un malato di SLA che possa comunicare solo con il movimento degli occhi.

Tale interpretazione evolutiva della legge notarile é stata avallata dal  Tribunale di Venezia.

Ne consegue che i concetti di dichiarazione della volontà e di compresenza di notaio e parti nello stesso luogo vanno lette alla luce dell’evoluzione tecnologica e semiotica della società del terzo millennio.

…da un certo punto di vista, per il diritto, stiamo cominciando a mutare e a divenire dei cyborg… come ci fa intendere Maurizio Ferraris nel suo emozionante “Anima e iPad

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LA FIRMA DIGITALE, IL SUO USO E I CAMBIAMENTI CHE VERRANNO

Posted by on Apr 28, 2015 in Digital Agreement | 0 comments

Affinché una nuova tecnologia sia utilizzata appieno e sia disegnata e implementata in modo da esprimere tutto il suo potenziale, occorre almeno qualche decennio. Ad esempio, le prime automobili erano disegnate come delle carrozze con i cavalli, solo che al  posto dei cavalli avevano il motore e al posto del cocchiere un autista (di solito un ex stalliere, che puzzava di cavallo, per cui era meglio tenerlo fuori dell’abitacolo, esattamente come nelle carrozze).

Se il design dell’automobile non avesse avuto un’evoluzione, l’auto sarebbe rimasta (come i motoscafi e gli aerei) un oggetto utilizzato esclusivamente da una piccola minoranza. Il successo industriale e sociale dell’automobile è anche il successo di una concezione e di un disegno industriale che hanno reso l’automobile un oggetto che tutti potevano e volevano avere: il pickup roadster della ford (1915) riprodotto qui sotto è stata la prima automobile di massa. Il SUV è andato “forte” sin dall’origine dell’industria automobilistica !

 

 

Oggi la firma digitale e la firma grafometrica, vengono usate per firmare documenti informatici che si presentano ad un sottoscrittore come se si trovassero nello stesso luogo in cui si trova il sottoscrittore.  A volte è effettivamente così, a volte, invece, i documenti si trovano su un server che potrebbe essere in un’altra stanza o persino in una località distante.

Tuttavia, oggi non ha più nessuna rilevanza dove si trovi il sottoscrittore e dove si trova il documento informatico da sottoscrivere.  Ciononostante gli unici processi di firma digitale effettivamente usati, si presentano al sottoscrittore come processi in cui si firma qualcosa che si ha “davanti”. In questo proseguono una prassi millenaria, secondo la quale il documento e il sottoscrittore dovevano trovarsi nello stesso luogo in un preciso determinano momento, al fine di rendere possibile la sottoscrizione!  Insomma la firma digitale oggi è ancora in una fase embrionale, come l’automobile  a forma di carrozza, idonea ad un uso puramente marginale/elitario.

Il fatto è che la firma digitale, invece, servirebbe proprio a firmare cose lontane. Per firmare documenti che sono presenti nel medesimo luogo in cui si trova il sottoscrittore, la penna e la carta funzionano benissimo, anzi meglio della firma digitale: per firmare un foglio ci vogliono tre secondi; per apporre una firma digitale (e verificarla, come richiesto per essere certi della sua validità tecnica) occorrono non meno di 5 minuti, se tutto va bene.  Per cui a meno che non si debbano mettere decine/centinaia di firme, la penna e la carta sono 100 volte più efficienti !

È una assurdità postulare che la legge richieda che il documento informatico, le parti e il notaio siano compresenti in una medesimo luogo fisico (posto che tale compresenza è del tutto inutile): si tratta di una affermazione che nega in radice ogni possibile utilità alla firma digitale davanti al notaio, trasformandola in un gadget tecnologico inutile e complesso, che affievolisce (a causa della sua complessità) la certezza giuridica, invece di aumentarla.  Il rito della firma alla presenza del notaio si è perfezionato nei secoli, come un rito in cui il notaio controlla le parti e le parti (ed i testimoni) controllano il notaio. Tutto ciò non funziona affatto, nel caso della firma digitale, perché le parti che si avvalgono del notaio sono in una condizione fisica e tecnica analoga a quella del cieco (che non può vedere il documento da firmare), per cui non possono realmente controllare l’operato del notaio.

Conseguentemente, l’atto notarile informatico, del XXI secolo è un atto telematico che:

  1. richiede sempre la presenza dei testimoni (o di un sistema informatico che opera come testimone), in quanto nessuno è in grado di controllare i processi informatici a parte il notaio stesso;
  2. non richiede affatto che il notaio e le parti si trovano nello stesso luogo, dato che la compresenza spazio-temporale richiesta dalla legge notarile per svolgere la funzione notarile viene ricreata nel cyberspazio dall’infrastruttura di firma che opera sotto l’esclusivo controllo del notaio, a prescindere da dove si trovano le parti.

La legge notarile del 1913 all’articolo 71 prevede gli atti conclusi a distanza mediante il telefono e il telegrafo.  Il notaio del XXI secolo (secondo la lucida visione del legislatore italiano di un secolo fa) è il soggetto che più di ogni altro ha le competenze giuridiche, tecnologiche e la fiducia sociale per trasformare una telefonata, uno scambio dati, una interazione fra una persona e un sito web in una prova irrefutabile di ciò che è accaduto, sia mediante l’atto a forma notarile, sia mediante altre forme probatorie più snelle ed economiche.

La missione sociale del notaio è di portare la certezza del diritto dove non c’é. Come ha fatto per mille anni garantendo l’accesso alla proprietà immobiliare e la certezza della proprietà delle aziende, che sono alla base della ricchezza del mondo occidentale in generale e, in particolare, dell’Italia che nei 100 anni fra il 1880 a il 1980 è risalita nella classifica mondiale da paese semi-povero (circa settantesimo posto, con un reddito pro capite pari a ¼ di quello degli inglesi) ad uno dei sette paesi più ricchi del mondo, alla pari con l’Inghilterra.

Oggi la nuova frontiera della funzione notarile è di essere al fianco del cittadino là dove è più aggredibile ed indifeso: nelle transazioni on-line.

Basta bolli, imposte di registro e formalismi borbonici che lo stato italiano ha imposto sugli atti notarili, rendendoli antieconomici!   Oggi su ogni atto notarile lo stato preleva in media 2.700 euro[1].  Il notaio telematico oggi può dare alle transazioni telematiche, perfino alle telefonate il medesimo valore probatorio dell’atto notarile, che non ammette prova contraria. Qualora ciò avvenga certificando e dando data certa ai contratti a distanza (o per corrispondenza) si estenderà ad ogni forma di negozio giuridico la tutela preventiva del notaio, che ha come effetto la riduzione di almeno il 95% dei rischi legali e del contenzioso[2]. L’utilizzo del notaio nella contrattazione a distanza, dunque, potrebbe portare ad una significativa riduzione del numero delle cause, nell’ordine di almeno un milione l’anno, con un risparmio per la collettività pari ad almeno 5 miliardi di euro l’anno, semplificando il procedimento di formazione del contratto: basta una telefonata o una stretta di mano virtuale on-line ! Purché sotto l’occhio vigile e imparziale del notaio: il giudice di legalità preventiva, che ciascuno può scegliersi per mettere in sicurezza le sue transazioni telematiche!  Trattandosi di contratti informatici, essi non sarebbero soggetti al momento della loro formazione né all’imposta di registro, né a quella di bollo.

Nell’ambito di procedure automatizzate on-line, il costo del notaio potrebbe scendere ben al di sotto dell’1% del valore della transazione. Forse addirittura sotto lo 0,01%, per cui non avvalersene significa aumentare del 95% il rischio legale, per risparmiare meno del costo di un caffè al bar!

Ad esempio, grazie al Notaio telematico:

  • si possono usare on-line tecniche di anonimizzazione che consentono agli utilizzatori di Internet di visitare siti commerciali, senza sacrificare il proprio diritto alla privacy e fornendo al tempo stesso ai siti la certezza di interagire con persone reali, con potenziali clienti esi posson non con hacker o bot;
  • si può concludere per corrispondenza contratti aventi data e contenuto certi, anche se privi di autentica notarile;
  • si può procedere alla registrazione telematica di atti privati, soggetti a registrazione in termine fisso;
  • si può emettere fatture elettroniche verso la PA e verso le aziende che lo richiedono;
  • si possono conservare documenti firmati digitalmente con le relative verifiche di firma, per assicurare la validità nel tempo di contratti informatici;
  • si può trasformare una transazione telematica in un formato sicuro, che certifica il contenuto dell’interazione fra due soggetti (persone fisiche o giuridiche): sia telefonate (VoIP), sia transazioni con siti web (HTML), sia trasferimenti di files (FTP o HTML), sia messaggi di posta elettronica (SMIME e altri protocolli mail aperti).

[1] Secondo l’ISTAT il gettito dell’imposta di bollo e di registro è di oltre 10 miliardi, e si stipulano circa 2 milioni di atti notarili, che rappresentano circa il 50% del gettito dell’imposta di bollo e di registro.

[2] Il contenzioso sugli atti notarili é di circa 1:10.000 e rappresenta dunque lo 0,003% del contenzioso civile totale.

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IT Security: la fine del medio evo (RSA Conference 2015)

Posted by on Apr 23, 2015 in Digital Agreement | 0 comments

Potrebbe essere una svolta epocale nella cybersecurity: la fine del medio evo della sicurezza informatica!

Amit Yoran, il nuovo Chairman di RSA ha detto tre cose importanti nel suo bellissimo keynote ieri 21 aprile 2015.

Ancora non è disponibile il video ma la trascrizione http://charge.rsa.com/amit-yoran-keynote/

  • Stiamo perdendo la battaglia contro gli hackers: la tecnica delle firewall non funziona. Nel 95% dei casi vengono bypassate usando credenziali autentiche sottratte mediante attacchi di social engineering. Vengono costruiti portoni blindati e muri informatici circondati da fossati profondi pieno di coccodrilli (informatici), come nel medio evo. Ma il nemico entra dalla porta principale ed è già ovunque dentro le mura informatiche. Occorre studiare soluzioni di sicurezza che prendono atto di questo stato di cose: le mappe militari che usiamo per definire la sicurezza informatica non sono aggiornate e non descrivono il campo di battaglia. Due sono gli unici possibili pilastri della riscossa oggi: identità/autenticazione digitale e mettere in relazione i dati con i percorsi che i dati seguono.
  • Identità digitale. Occorre disporre di una definizione di identità digitale che sia affidabile ma anche vera. La parte facile è “affidabile”: la crittografia risolve il 99,99% dei problemi. La parte difficile è “vera” un numero o una chiave crittografica non sono una identità: sono uno strumento di identificazione. È una differenza enorme, ma poco compresa. Il problema della “verità” dell’identità non è un problema tecnologico, è un problema linguistico, culturale e giuridico.
  • Mettere in relazione i dati con i percorsi che i dati seguono. Significa che la sicurezza informatica di domani assomiglierà meno a un piano di difesa di una città sotto assedio e molto più a un codice della strada, che stabilisce dove possono camminare i pedoni, dove le auto, dove i camion, e con tutte le regole su velocità, controlli di sicurezza, ecc. ecc.

http://www.usatoday.com/story/tech/2015/04/21/rsa-amit-yoran-computer-security-failed/26139927/

http://fortune.com/2015/04/21/rsa-conference-amit-yoran-keynote/

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